Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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22 luglio 2014

Riapropriarci del diritto alla legittima difesa

Qui abbiamo ripetutamente lamentato l’assoluto sbilanciamento a favore dei criminali quando si tratta di decidere o perseguire qualcuno che reagisce alle violenze, fisiche o morali, altrui.
Schiaffeggiare una zingara che ci importuna per strada è foriero di gravissime conseguenze e picchiare un rapinatore, apre a noi e non a lui, le porte del carcere.
Dagli Stati Uniti decaduti di Obama è arrivato un nuovo “gioco”.
Si tratta di colpire con un pugno un passante e vedere se si è sufficientemente “bravi” per abbatterlo subito.
E' accaduto anche a Bologna, con una persona che ha ora la mandibola fratturata e bloccata.
In Inghilterra c’è chi è morto.
Da una simile aggressione non c’è praticamente difesa perché è improvvisa, immotivata e vigliacca perchè questi "eroi” sono così coraggiosi da aggredire alle spalle.
L’unica difesa sarebbe nel prossimo, è nel concittadino onesto che vede e, se potesse, interverrebbe per difenderci e, quanto meno, per neutralizzare l’aggressore.
C’è però un ma grande come l’universo.
Se si interviene appena un po’ oltre un buffetto inutile, si finisce indagati e soprattutto mentre il delinquente è in compagnia di altri suoi simili, spesso in possesso di armi da taglio o peggio, noi siamo a mani nude ed inermi.
Non sarebbe il caso di rivedere il concetto e la legislazione della legittima difesa, per ricomprendervi anche la difesa dei concittadini che vediamo aggrediti ?

Non sarebbe il caso di consentire ai cittadini incensurati, maggiorenti, capaci di agire e che abbiano svolto il servizio militare, di portare armi senza dover passare le Forche Caudine dei permessi e dei visti ?
Se lo stato non provvede alla nostra sicurezza, non dovremmo riappropriarci del diritto alla legittima difesa ?


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21 luglio 2014

Apologia della pena di morte.

Ricevo e volentieri pubblico:

Apologia della pena di morte (by Carmine Bellezza)

Nel Natale 1998, l’associazione «Nessuno tocchi Caino», sorta da una costola
del Partito radicale, ha organizzato una marcia in Piazza San Pietro, per
chiedere l’intervento del Pontefice nella sua battaglia contro la pena di
morte. Associazioni come «Amnesty International» hanno dato il loro
appoggio. Proprio la presenza di tale associazione che, più correttamente
andrebbe chiamata «Amnesy Interational», perché ha sempre dimenticato,
volutamente, di fare campagne a favore di condannati di gruppi di destra,
per non parlare del suo appoggio a campagne filo-abortiste [finalmente,
meglio tardi che mai, se ne sono resi conto anche in Vaticano- nota di
lello-] dovrebbe dar da pensare. Il comprendere la lotta contro l’istituto
della pena capitale nell’impegno contro la «cultura della morte», come
stanno facendo molti ecclesiastici, è frutto d’una bella confusione d’idee.
Cominciamo a sfatare un assunto che l’attuale pseudo-buonismo dà per
scontato. La pena di morte, una bella cosa certo non è, ma non è illecita
È un madornale equivoco confondere l’inviolabile diritto alla vita
dell’innocente con la situazione del colpevole che, nel momento in cui ha spento una vita
altrui, immediatamente ha implicitamente rinunciato al proprio diritto alla
vita. Questo in astratto. Poi, in concreto, ci sono da valutare tante
situazioni. In primo luogo, ovviamente, l’accertamento della colpa, poi
l’opportunità.
Tanto per dirne una, sorprenderò qualcuno, ma nell’attuale situazione
italiana, ringraziamo il Signore che i politici e certa magistratura che ci
ritroviamo non possiedono anche quest’altra arma. Dato, come abbiamo visto,
che molti rappresentanti del mondo cattolico sono in prima fila contro tale
istituto, ricordiamo qual è il reale insegnamento della Chiesa Cattolica,
presente anche nel Catechismo del 1992. Seguiremo in quest’analisi due opere
fondamentali: «Iota Unum» di Romano Amerio (ed. Ricciardi, Milano – Napoli
1986) e, soprattutto: «Pena di morte e Chiesa Cattolica» di Catholicus (ed.
Volpe, Roma 1990).
Catholicus era uno pseudonimo usato dal defunto Padre passionista
Enrico Zoffoli. Un cattolico non può sottoscrivere l’elogio della pena di
morte, fine a se stessa, che ne fa Baudelaire (chissà se lo sanno i suoi
ammiratori). Di tutt’altro sapore è quanto ne dice Joseph de Maistre, autore
di quell’indimenticabile «Elogio del boia», secondo il quale anche l’essere
chiamato a spegnere la vita altrui è una vocazione.
La Chiesa ha sempre fondato, con Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino e
Taparelli d’Azeglio, il giudizio non negativo su tale somma pena sui
seguenti testi del Nuovo Testamento: ? 1) «Vuoi tu non dover temere
l’autorità? Fai il bene e avrai lode da essa (.) Ma se fai il male allora devi temere
poiché il magistrato non porta la spada inutilmente, essendo ministro di Dio
e vendicatore dell’ira divina» (San Paolo Lettera ai Romani XIII,4). ? 2)
«Ma chi avrà indotto al male uno di questi piccini (.) sarebbe meglio per
lui che gli fosse appesa una macina da mulino al collo e fosse sommerso nel
profondo del mare» (Gesù nel Vangelo di San Matteo XVIII,6).
In effetti, proprio San Tommaso molto si dilunga su cosa comporta la
morte per il condannato. Certo che, a una cultura che esclude ogni
riferimento metafisico, quindi, che reputa un’altra vita solo pallida
eventualità, è normale che la condanna a morte sembra il massimo affronto.
Non a caso la massoneria, società che ha sempre diffuso l’indifferentismo
religioso, è in prima fila in tale impegno (non nei paesi anglosassoni,
però, dove influenza la vita pubblica in modo esplicito e diretto, là gli
sta bene che ci sia, eccome!).
L’Aquinate proprio circa la condanna a morte, raccomanda la massima
cura nell’assistere spiritualmente tali galeotti. Questo perché la pena
capitale paga in un colpo solo tutti i debiti residui con l’umana e la
divina giustizia, cosa che la semplice morte naturale non fa. Pertanto al
colpevole che, sinceramente pentito delle proprie colpe, offra la propria
punizione in espiazione d’esse colpe, s’applicano in pieno le parole di Gesù
al Buon Ladrone: «Oggi sarai in Paradiso con me».
Non si deve dimenticare che, secondo la cultura cristiana, prima che
cominciasse a girare il sofisma della «rieducazione» (il Senatore Pisanò,
che in carcere c’era stato, sia come giornalista sia da detenuto, raccontava
che v’aveva conosciuto ogni razza d’uomini: il rassegnato, il disperato, il
vendicativo, il tutto sommato soddisfatto, ma il «rieducato» no!), il fine
della condanna è triplice. Tanto per incominciare deve servire a proteggere
e difendere la società dai propri membri cattivi. Poi deve far espiare il
colpevole. Infine deve riparare le ingiustizie da lui commesse. La
«rieducazione» è un tipico frutto dell’utopia di Rousseau, secondo cui
l’uomo nasce buono per natura ed è la società a guastarlo. Pertanto, in ultima
analisi, il reo è innocente! Quando l’assassino Buffet salì sulla
ghigliottina, gridò la sua speranza d’essere l’ultimo ghigliottinato di
Francia. Avrebbe dovuto gridare quella d’esserne l’ultimo assassino! La
punizione del delitto, pertanto, risulta essere più detestabile del delitto
stesso e per la vittima non c’è che l’oblio.
Di recente [1999, epoca cui risale il presente testo, più volte
spedito alla "Sant'Egidio" da cui mai ebbe risposta. SE C'è CHI SI VUOLE
ASSUMERE L'ONORE & l'ONERE DI RI-Inviarglielo, mi farà cosa grata-nota di
Lello-] si è molto parlato di quel condannato che ha ottenuto, grazie
all’intercessione papale, la grazia. Preferisco ricordare un altro personaggio. Alcuni anni
fa, un «serial killer» che aveva stuprato e ucciso numerosi bambini,
condannato a morte, non volle assolutamente che s’organizzassero campagne in
suo favore. Pretese che la pena fosse eseguita al più presto (normalmente
tra quando la sentenza è pronunciata, e quando è eseguita passano decenni)
proprio perché era sinceramente pentito di ciò che aveva fatto e non vedeva
l’ora di ricevere la giusta punizione. Chiese solo di poter girare una
video-cassetta, con la quale narrare la sua storia. E ciò allo scopo di
mettere le famiglie in guardia dalla pornografia, di cui era stato gran
consumatore fin dall’infanzia. Tale film si può reperire in Italia,
rivolgendosi alla piccola casa editrice protestante EUN di Marchirolo
(Varese)
La Chiesa, ripeto, non solo non fa sua, ma al contrario respinge la
celebrazione della pena capitale fine a se stessa, come atto sacro e
altamente religioso, che ne fa Baudelaire. Che la reputi cosa non bella
traspare dal codice di diritto canonico del 1917 che colpiva d’irregolarità
perpetua cioè, salvo speciale dispensa papale, rendeva permanentemente
inabili a ricevere il sacerdozio non solo il boia, non solo il giudice che
aveva comminato la pena capitale, non solo il PM che l’aveva chiesta, ma
persino i testimoni, che con le loro dichiarazioni l’avevano resa possibile
(l’Ordine francescano, poi, estendeva tale provvedimento anche ai figli di
tutti costoro, rifiutandosi d’accettarli). Però, non è illecita. Il concetto
che il reo ha rinunciato di per sé al proprio diritto alla vita, è espresso
pari pari a come l’ho scritto io, da Pio XII nei suoi discorsi ai neurologi
francesi del 14 settembre 1952 e al congresso internazionale dei giuristi
cattolici del 5 febbraio 1955.
Che Dio proibisca la vendetta privata, perché se ne vuol riservare
l’esclusivo monopolio è verissimo. Ma che, sulla base del versetto di Romani XIII,4 da
me citato, che – sempre secondo le dichiarazioni di Pio XII in quelle
occasioni – ha valore universale, tanto nel tempo che nello spazio, sia lo
Stato sia il ministro incaricato d’eseguirla, è altrettanto vero. Che la
redenzione del reo sia un evento a carattere metafisico, è una verità ormai
taciuta da tutti. Lo ripeto. Se un’altra vita è vista solo come remota
eventualità, è normale che la pena capitale sia il massimo affronto. Ma chi
sa che la vita non finisce quaggiù, sa che vita e morte sono mezzi per
unirsi a Dio. La compagnia di San Giovanni decollato era una congregazione
incaricata di curare l’assistenza spirituale ai condannati a morte. Quante
conversioni ha operato San Giuseppe Cafasso. Quante lettere di condannati a
morte della Resistenza (e della RSI) sono esempi di conversioni solenni! Da
Nicola di Tauldo, assistito sul patibolo da Santa Caterina da Siena, a
Felice Robol, confortato da Antonio Rosmini, a Jacques Fesch, ghigliottinato
nel ’57, quanti delinquenti hanno avuto necessità della suprema condanna per
raggiungere un commovente grado di perfezione spirituale. Il fatto che la
pena capitale paghi in un colpo solo tutti i debiti residui con l’umana e la
divina giustizia è una sentenza di San Tommaso D’Aquino (Summa theologica,
voce «mors»).
La pena di morte e ogni pena, se per questo, se non si degradano a pura
difesa, o peggio ancora, ad arbitrio d’un tiranno, presuppongono sempre una
sorta di «diminuzione morale» del reo. La società non priva un colpevole del
diritto alla vita o alla libertà.
Si limita a prendere atto che, tali diritti, inviolabili nell’innocente,
lui reo, depravando la volontà, li ha già, in un certo senso «scemati». In
conclusione: la pena di morte, anzi ogni pena, è illegittima se si pone
l’indipendenza dell’individuo verso la legge morale, se i concetti di bene e male, giusto e
sbagliato, sono messi solo sul piano soggettivo. Se esistono in modo
oggettivo, allora anche le pene sono legittime per i violatori volontari.
Non c’è alcuno diritto incondizionato ai beni della terra. L’unico diritto
simile è quello ai mezzi necessari per la felicità eterna. Nessuna pena li
può togliere, nemmeno la pena capitale. Se poi, rinchiudiamo tutto nel campo
dell’orizzonte terreno, è normale che sembri barbara.



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