Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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27 dicembre 2011

Porto d’armi per tutti gli Italiani

Due episodi hanno, nei giorni scorsi, dimostrato i benefici quando i cittadini onesti sono armati.
A Recanati un professionista, mentre dormiva, ha sentito rumori di scasso ed è intervenuto con la sua (regolare) arma, sventando la rapina ai suoi danni, abbattendo un criminale e mettendo in fuga i complici.
Pochi giorni prima era stato il turno di un gioielliere che ha ingaggiato un conflitto a fuoco con dei banditi che lo attendevano al cancello di casa, mettendoli in fuga.
Se i due cittadini non fossero stati armati, con la capacità e la forma mentis di utilizzare allo scopo le proprie armi, i banditi avrebbero portato a termine con successo il loro criminoso piano.
Le armi, se ben usate, sono quindi un utile deterrente e una difesa contro la criminalità verso la quale i noi cittadini siamo ora in condizioni di inferiorità.
Spiace sapere che il professionista di Recanati sia stato denunciato e si indaghi su un suo presunto eccesso di legittima difesa, quando andrebbe solo elogiato, premiato e portato ad esempio.
La libertà di portare armi è tutto uno con la Libertà tout court ed ho già avuto modo di ricordare come proprio gli stati in cui la libertà individuale è maggiormente tutelata e considerata un valore, in quelli le armi sono liberamente detenibili dai cittadini perché sono considerati uomini liberi e non sudditi da controllare.
Un governo che abbia paura dei propri cittadini armati è un governo che manifesta, con ogni evidenza, timori sulla propria capacità di riscuotere consenso e si precostituisce uno strumento di coercizione su cittadini inermi.
Naturalmente non a tutti i cittadini può essere concesso il diritto al porto d’armi, essendo un diritto che si acquisisce alla nascita ma può essere revocato nei confronti di chi abbia manifestato incapacità alla convivenza civile.
Così non devono portare armi coloro che hanno commesso reati contro la persona e la proprietà altrui, mentre è opportuno un addestramento che può essere riconosciuto a chiunque abbia svolto il servizio militare o sia in possesso di un attestato rilasciato da un poligono.
Ma l’arma è uno strumento di difesa di una comunità, quindi il porto d’armi deve essere concesso solo ai cittadini di NAZIONALITA’ italiana, non essendo sufficiente il tratto di penna che dichiari uno cittadino di uno stato, ma occorrendo una unità “d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
Per ora le mie sono parole e non fatti.
Gli abatini del politicamente corretto, che hanno possenti megafoni per propagandare le loro tesi rinunciatarie e perdenti, inorridiscono davanti a questa semplice verità: l’uomo libero sa e deve difendere la sua libertà, incolumità, persona e proprietà, anche con le armi.
I fatti dei giorni scorsi, però, dimostrano come, non essendo possibile e, anzi, rifiutando uno stato di polizia con i carri armati agli angoli delle strade,  l’ordine pubblico possa essere garantito anche dai singoli cittadini quando sono posti nelle condizioni di reagire alla violenza dei criminali.


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20 dicembre 2011

Dei delitti, delle pene, della dignità e della redenzione

Domenica scorsa il Papa si è recato in un carcere ad ascoltare i detenuti e portare loro conforto e speranza.
Gli interventi dei detenuti sono stati a tratti commoventi e Benedetto XVI non è venuto meno al suo ruolo, parlando di dignità e redenzione come principi che devono essere rispettati e applicati anche nel sistema carcerario.
Naturalmente i commenti giornalistici sono stati posti su quei due punti: dignità e redenzione.
E’ noto, infatti, che c’è un movimento capeggiato dai soliti radicali, che vorrebbe svuotare le carceri con l’amnistia.
Il nuovo ministro della giustizia ha predisposto un piano per la scarcerazione, tramutata in arresti domiciliari, di circa tremila detenuti.
Il Papa, però, ha anche parlato di pentimento, di punizione e di tutela della società.
Espressioni che sono state ignorate.
Il problema del sovraffollamento delle carceri esiste ed è gravissimo.
Qui non si tratta di rispetto della costituzione del 1948, ma di una esigenza morale della società.
Una società che deve difendersi dalla possibilità di reiterazione dei crimini e che, nel contempo, ha interesse nel recupero del detenuto e obbligo di consentirgli una esistenza dignitosa all’interno del carcere.
La liberazione dei criminali, tra l’altro in base ad un criterio di maggiore o minore vicinanza al fine pena, non è la soluzione, come non può esserlo l’amnistia che immetterebbe nel “mercato” migliaia di persone pronte a delinquere nuovamente, senza neppure il minimo deterrente dell’arresto domiciliare o dei “braccialetti”.
La soluzione è rendere le carceri un luogo in cui si possa scontare, per intero, la pena cui uno è stato condannato, senza l’indegno sovraffollamento esistente.
Il 35% dei detenuti è extracomunitario.
Perché non far scontare, con trasferimento immediato ed inibizione al ritorno in Italia, la loro pena presso le carceri dei loro paesi di origine previa acquisizione del dna per eventuali futuri riconoscimenti qualora violassero il divieto di rientro in Italia ?
Un altro 10% abbondante è di detenuti in attesa di giudizio per reati non contro la persona o la proprietà.
Perché tenerli in gabbia ?
Per estorcere una confessione dopo averli fiaccati nello spirito, nella mente e nel corpo ?
Non sarebbe meglio tenere in galera solo chi è stato condannato con sentenza definitiva, con poche, tassative, eccezioni per gli autori di strage e i reati di terrorismo?
Sono tutte soluzioni alla portata di un sistema giudiziario e carcerario finalizzato a rispettare i principi enunciati correttamente dal Papa:
rispetto della dignità del detenuto nella sua vita in carcere;
finalità di recupero del condannato;
esecuzione della giusta pena in tutta la sua interezza;
difesa della società dai comportamenti criminali.

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04 ottobre 2011

Knox e Sollecito:assolti per non aver commesso il fatto

A Perugia ai primi di novembre 2007, fu atrocemente assassinata una giovane studentessa inglese.
Ieri la corte di assise di appello di Perugia ha assolto "per non aver commesso il fatto" Amanda Knox, studentessa americana e compagna di appartamento della vittima e Raffaele Sollecito, studente (ora laureato in ingegneria) pugliese e fidanzato dell'americana.
In primo grado i due erano stati condannati all'ergastolo e la pena dell'ergastolo era stata richiesta a conferma dalla procura.
Già la semplice esposizione dei fatti farebbe dire ad un marziano che scendesse oggi sulla Terra: ma come, prima l'ergastolo e adesso non hanno commesso il fatto e tutto sulla base degli stessi indizi ?
Ecco il punto: indizi, non prove.
Vaghe tracce, smentite da una perizia terza, di dna, ipotesi di morbose serate tra studenti, teoremi costruiti su fondamenta esili.
Pubblicando questo intervento anche nel blog dedicato principalmente alla pena di morte  è evidente che ritengo che il delitto di Perugia sarebbe meritevole, per la sua efferatezza, sadismo, inutilità, della pena di morte, ove contemplata dal nostro ordinamento.
Comminata, però, a chi risultasse veramente colpevole, secondo la formula statunitense, "al di là di ogni ragionevole dubbio".
Io mi ricordo all'inizio degli anni novanta un atroce delitto ai primi di gennaio a Bologna, in cui furono trucidati tre carabinieri.
La procura indagò alcuni cittadini immigrati dal sud considerati "mafiosi".
Si scoprì poi che gli autori della strage erano stati i banditi della "uno bianca".
Ma il processo contro i primi indiziati continuò fino alla ovvia assoluzione.
Ecco, a Perugia si è ripetuta la stessa storia, con l'aggravante che il vero colpevole non è ancora stato scoperto, a meno di credere tale il solo Rudy Ghedè condannato a sedici anni con il rito abbreviato.
Sedici anni per quel che avrebbe commesso sono troppo pochi, anche perchè sarà fuori dopo meno di dieci.
Ma il punto resta sempre quello: è veramente colpevole ?
Visto l'esito dell'appello contro Knox e Sollecito i dubbi sul modo di condurre le indagini sono forti.
E qui veniamo ad una seconda considerazione in ordine alla sentenza di Perugia.
Ma che razza di giustizia abbiamo che condanna, sulla base di labili indizi all'ergastolo ed i cui procuratori insistono, per convinzione personale non suffragata da prove, per il massimo della pena ?
E, sempre per convinzione personale, che razza di giustizia abbiamo o possiamo aspirare ad ottenere quando chi assolve non propone neppure un minimo dubbio.
Certezze assolute che confliggono in modo assoluto con l'amministrazione della giustizia e agevola le critiche dall'estero per i nostri ritardi sanzionati anche con multe (a carico della collettività, ma andrebbero poste a carico dei magistrati) e con risarcimenti, anche quelli accollati al pubblico bilancio.
Knox e Sollecito, dopo quattro anni di carcere, ora che sono stati dichiarati del tutto innocenti, senza alcun dubbio, avrebbero ben diritto ad un congruo risarcimento milionario (in euro) nei confronti di chi ha sottratto loro quattro anni di vita, per di più a venti anni !
La sfiducia che qui ho sempre manifestato verso la giustizia italiana viene così prepotentemente confermata e, questa volta, nessuno può imputare il mio atteggiamento allo schieramento politico cui appartengo.
Anzi, la stessa battaglia di Berlusconi assume contorni più netti e sicuramente più popolari perchè le sue ragioni sono comprovate da processi estranei alla politica.
Se si trattasse solo di questo processo, si potrebbe anche dire: eccezione che conferma la regola.
Ma quale giudizio si può dare quando è un continuo di incertezze, processi indiziari, teoremi arditi e, alla fine dei conti, di convinzioni personali.
La lista è lunga, a memoria: piazza Fontana, stazione di Bologna, Olgiata, Simonetta Cesaroni, fino ai recentissimi casi di Anna Maria Franzoni, Salvatore Parolisi, la ragazzina di Avetrana ....
Non sono le convinzioni personali che ci si aspetta da un magistrato, ma buon senso e applicazione della legge.
Soprattutto ci si aspetta che, nell'incertezza, si applichi il sano, vecchio principio "in dubio pro reo" perchè è nella nostra cultura giuridica e civile ritenere che sia meglio un colpevole "fuori" di un innocente "dentro".
E troppi sono quelli incarcerati prima ancora di aver subito una condanna definitiva.
Com'è che diceva Bartali ?
E' tutto da rifare.

Pubblicato in Blacknights eNon si abbia timore di punire Caino

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29 agosto 2011

Una taglia su Battisti

Le interviste rilasciate a raffica in Brasile dal terrorista rosso (e impunito) Cesare Battisti, sono un insulto a tutti gli Italiani onesti, ai familiari e alla memoria delle vittime della violenza omicida degli anni settanta e ottanta.
La mancanza di ogni senso del pudore e del pentimento che traspare dalle arroganti dichiarazioni di quell’essere, proiettano una ulteriore infamia su Francia e Brasile che hanno dato, negli anni, rifugio a quel terrorista assassino.
Il Governo Italiano credo abbia fatto tutto quello che era nell’ambito delle scelte diplomatiche per ottenere la restituzione del criminale e fargli scontare la pena nelle patrie galere.
Purtroppo in Brasile hanno optato per la solidarietà ideologica nei confronti di uno che proviene dalle file marxiste, invece di concedere, almeno, la magra soddisfazione di trattenerlo nelle loro carceri.
Esaurita quindi ogni opzione diplomatica non resta che la sua continuazione che, in altre epoche, sarebbe stata la guerra tra stati.
Oggi non è più così e gli israeliani per primi hanno dimostrato al mondo cosa occorre fare per assicurare alla propria giustizia quanti ne sono sfuggiti.
Naturalmente sarebbe necessario incentivare chi volesse assicurare alla giustizia il terrorista rosso e non ci può essere altro sistema che una taglia adeguata.
Persino i ribelli libici, pur nella loro inconsistenza, sono riusciti a mettere insieme una cifra per la cattura di Gheddafi: perchè non dovremmo riuscirci noi Italiani ?
Mi auguro che un qualche organo di stampa possa e voglia farsi collettore per la raccolta di fondi finalizzata a costituire una taglia importante per chi volesse organizzare e realizzare un blitz in Brasile e riportare in Italia il terrorista rosso Cesare Battisti.
Sono sicuro che migliaia di Italiani parteciperebbero con passione ad una simile “colletta” a fini di Giustizia.

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04 agosto 2011

Quando la Rete è sinonimo di Libertà

Mi piace pensare che il nostro impegno, con questo blog, di tenere vivo il principio della pena di morte come
giusta e proporzionata punizione del reo,
adeguata soddisfazione per i parenti delle vittime,
deterrente contro eventuali emuli e
liberazione della società da eventuali reiterazioni dello stesso crimine da parte di chi si fosse già reso responsabile di analoghi reati,
possa trovare anche in Italia altrettanti emuli.

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26 luglio 2011

Ogni delitto abbia la sua pena

La vicenda di Anders Beirik e dei massacri di Oslo e Utoya, suggerisce anche un commento relativo alle sanzioni da applicare a chi si rende colpevole di tali atti.
Abbiamo appreso che in Norvegia, società definita “aperta” e immancabilmente “progressista”, non esiste nel diritto penale la pena di morte e neppure l’ergastolo.
Il massimo della pena per il colpevole dei massacri suddetti dovrebbe quindi essere di 21 anni.
Questo significa che Beirik potrebbe essere in libertà all'età di poco più di cinquanta anni.
Appare evidente che la pena è sproporzionata, perché troppo mite, rispetto alla colpa e non diviene così un efficace deterrente per eventuali emuli, ma neppure una adeguata punizione per il reo, soddisfazione per i parenti delle vittime e, soprattutto, non protegge da una reiterazione del crimine una volta liberato.
Cosa studia allora una nazione così “progressista” e “aperta” ?
Una forzatura del diritto, per accusare il Beirik di crimine contro l’umanità al fine di vederlo condannare a 30 anni di galera.
Se adotteranno una tale strategia sarà evidente come una eventuale condanna apparterrà alla categoria della condanna politica, né più né meno di un qualsiasi processo intentato a Cuba o nell’Uganda di Amin, in quanto non vi sono gli estremi per un “crimine contro l’umanità”, mancando il requisito della continuità, essendo il delitto un unico, isolato episodio.
Ma vi è un altro rischio, ben maggiore, che una corte indipendente dal potere politico e che sentenziasse solo in base al diritto, come dovrebbe fare qualsiasi magistrato, a fronte di un’accusa infondata mandi assolto il criminale proprio a causa dell'accuso impropria formulata, che, così, tornerebbe libero subito.
La forzatura che la stampa norvegese pare suggerire è inoltre una palese violazione dei principi di diritto che obbligano a giudicare il reo in base alle leggi vigenti, negando la retroattività della legge penale se non “pro reo”.
La “progressista” e “aperta” società norvegese renderebbe così un pessimo servizio alla causa della
Civiltà che vuole le Idee libere di circolare, ma severe punizioni a chi mette in pericolo vite umana e proprietà
.
Appare quindi evidente la limitatezza delle opzioni da parte di chi ha, preventivamente, rinunciato a punire i reati in base alla loro gravità.
La mancata previsione nel diritto penale norvegese della pena di morte e persino dell’ergastolo, obbliga a condannare Breivik ad una pena irrisoria se paragonata al crimine commesso (ancorché 21 anni, se effettivamente scontati, sono un periodo lunghissimo) obbligando quindi, in una scala di proporzionalità doverosa, a ridurre le pene anche per altri e minori reati, rendendo così la punizione inefficacie per gli scopi voluti e dimostra quanto siano nel giusto quelli che, “reazionari” e “identitari”, sostengono la necessità che sia prevista la punizione dell’ergastolo e anche della pena di morte.
Prevedere tali pene nell’ordinamento non significa “doverle” comminare, ma consente di ricorrervi all’occorrenza nel rispetto del principio della deterrenza, della giusta e proporzionata punizione, della soddisfazione dei parenti delle vittime e della difesa sociale dalla reiterazione del reato, quando se ne presentasse l’occasione, senza forzature, senza violare i principi del diritto e senza rischiare di dover comminare pene troppo lievi rispetto alla colpa.


Pubblicato anche in BlacKnights

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23 giugno 2011

Berlusconi guardi a Cameron, per arrivare alla gente.

Come molti sanno, non sono molto filo-inglese, anzi, ma proprio dall' Inghilterra arrivano segni a cui il Governo e Berlusconi dovrebbe ispirarsi, per ridare ossigeno al PdL/Destra,dopo che l' elettorato ha manifestato delusione e dissenso culminato con l' alta astensione. David Cameron, dopo un annetto di assestamento dovuto alla situazione di forzata collaborazione coi liberali (conoscersi per amarsi ?), in questi giorni giunge alla ribalta delle cronache per alcuni decisi interventi sulle cose di tutti i giorni, quelli che passano per le pance della gente. Così, dopo essere intervenuto sulle pagine d' un giornale, il Sunday Telegraph, il giorno della festa del Papà inglese, Cameron ha definito la Famiglia Tradizionale come «una pietra angolare della nostra società», ha rinnovato l'impegno ad introdurre sgravi fiscali per le coppie sposate, arrivando a paragonare i padri indegni a coloro che guidano ubriachi.
E notizia recentissima è che Cameron vuole riformare la giustizia, garantendo il diritto dei cittadini a difendere le proprie case, i propri negozi, le proprie Famiglie e le proprie cose, senza rischiare di essere condannati per aver usato le armi. Non solo, ma vuole introdurre pene maggiori per squatters e gangs, ergastolo per i recidivi nei reati di violenza sessuale, risarcimento per le vittime tramite il lavoro del carcerato e rientro forzato e definitivo al proprio paese di origine agli stranieri che lo preferiscano piuttosto che affrontare un giudizio penale. Insomma, qualcosa di Destra a cui guardare !




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12 giugno 2011

Dei delitti senza pena

Cesare Beccaria (che non è vero fosse contrario alla pena di morte ) visse in un mondo in cui le pene erano comminate senza risparmio, in eccesso rispetto alle reali esigenze di ordine e sicurezza.
Oggi, però, la situazione si è colpevolmente ribaltata e, a meno che non ti chiami Berlusconi, le pene non vengono applicate neppure nei più macroscopici ed evidenti casi di colpevolezza per reati abominevoli.
Quanti criminali comunisti degli anni di piombo sono liberi o addirittura mai sono andati in carcere ?
Ma, forse, sarebbe meglio chiedere quanti sono rimasti in carcere e temo che la risposta possa essere conteggiata con le dite di una mano di un monco.
L'ultimo caso e più eclatante, è quello di Cesare Battisti.
Quattro omicidi con sentenza definitiva passata in giudicato e protetto per tutta la sua vita prima in Francia poi in Brasile che, nei giorni scorsi, lo ha rimesso in libertà.
Credo che ai delinquenti come Battisti debba essere applicata la medesima caccia all'uomo che gli ebrei riservarono ai gerarchi nazionalsocialisti per assicurarli alla giustizia e far pagare loro la pena.
Nel frattempo l'Italia dovrebbe reagire, rispedendo in Brasile i viados, così ripulendo le città e rinunciando ai calciatori, così danno spazio ai giovani italiani.
Ovviamente si dovrebbe avere il coraggio di boicottare tutti i prodotti brasiliani e anche il mondiale di calcio del 2016.
E se non verrà decretato il boicottaggio, spero che l'Italia non riesca a qualificarsi.
Ma Battisti è solo uno dei tanti.
Nomi alla rinfusa vengono in mente pensando a chi, pur condannato con sentenza definitiva passata in giudicato, non ha scontato nulla o solo una minima parte della sua pena ed ora è comunque libero mentre le sue vittime giacciono sotto terra.
La riabilitazione dei criminali comunisti degli anni settanta e ottanta, liberi senza aver praticamente scontato le loro pene, propone all'orizzonte della nostra società un futuro molto oscuro.

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20 aprile 2011

Concutelli libero


Pierluigi Concutelli, terrorista nero condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Occorsio nel 1976, è stato rimesso in libertà per motivi di salute.
Il nipote del giudice Occorsio commenta rabbioso che ci vorrebbe la pena di morte.
Sono d’accordo con il nipote della vittima.
Gli chiederei però di specificare che la pena di morte non dovrebbe essere applicata solo ai terroristi neri, ma anche a quelli, ben più numerosi, rossi, ormai tutti liberi.
Magari cominciando da chi, scontando poco o nulla della propria pena, è da anni libero, vivo e vegeto tanto da andare a vedere le partite di calcio, nonostante fosse stato presentato come “moribondo”.
Per non parlare di chi, ancora oggi, continua la sua “lotta” come quell’ex brigatista che si è asserragliato a Milano per protestare contro lo sgombero di un edificio abusivamente occupato da un centro sociale.
Par condicio: i terroristi, rossi e neri, o tutti dentro o tutti fuori.

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05 aprile 2011

Giustizia ?


Ieri a Quinzano d’Oglio provincia di Brescia, due guardie giurate hanno sventato una rapina in banca.

Nel conflitto a fuoco due banditi sono stati abbattuti.

Leggo oggi nelle agenzie di stampa che la guardia giurata che ha impedito il reato non solo è stata, come si dice (malamente) in queste circostanze “per un atto dovuto”, indagata, ma addirittura sottoposta a fermo.

Ma che razza di giustizia è quella che impone un fermo, cioè priva della libertà personale chi, rischiando la propria vita, impedisce il compimento di un reato contro la proprietà altrui ?

Alla guardia giurata dovrebbe andare la gratitudine della cittadinanza e un sostanzioso riconoscimento morale ed economico, anche per incentivare chi è preposto all’ordine pubblico e alla difesa della persona e della proprietà a svolgere con il medesimo scrupolo il suo lavoro, nell’interesse di tutti noi.

Mi auguro che, come già è avvenuto con colpevole ritardo per il gioielliere di Milano, anche la guardia giurata possa veder riconosciuta la legittimità della sua azione.

La nostra riconoscenza già ce l’ha.


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