Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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27 settembre 2006

Viva la pena di morte !


La Baraldini è libera, alla faccia di tutti coloro che non amano la pena di morte.
Gli Stati Uniti hanno fatto un errore: si sono fidati del paese dei pagliacci, e si sa, i pagliacci sono imprevedibili. Senza le pressioni dell'Italia personaggi simili sarebbero stati fritti in men che non si dica.
E' esattamente questo il rischio che si corre quando si vuole abolire la pena di morte contro i criminali: a parte il discorso sull'equità del contrappasso, la pena di morte garantisce l'irreiterabilità del crimine, esclude indulti e mette i complici nell'impossibilità di prendere ostaggi per chiedere la liberazione del condannato. Mica male, no ?
Inoltre la pena di morte zittisce tutte quelle associazioni paradelinquenziali che amano tanto Caino e se ne fregano di Abele.
Viva la pena di MORTE !

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25 settembre 2006

Della pena di morte e dell'Indonesia


In Indonesia tre cristiani sono stati “giustiziati”.
La pena di morte è un istituto previsto dalla legislazione indonesiana ed è stata applicata.
Questo blog è favorevole alla pena di morte, quindi qualcuno potrebbe pensare che sono favorevole all’esecuzione praticata a Giakarta.
In due post recenti (Considerazioni in favore della pena di morte e La pena di morte in rete ) ho esposto le condizioni alle quali la pena di morte debba essere applicata perché possa essere legittimamente comminata.
Tra esse lo svolgimento di un processo che dia alla difesa ogni diritto ed ogni opportunità per dimostrare la estraneità degli imputati ai fatti loro addebitati.
Un processo che sia svolto con il criterio del contraddittorio e aperto al controllo dell’opinione pubblica.
Proprio quel che è mancato in Indonesia, così come manca in tutte le nazioni nelle quali è prevista la pena di morte ma non esiste democrazia e, quindi, un sistema processuale informato ai criteri suesposti.
Dirò di più.
Le esecuzioni indonesiane confermano la bontà dei principi giuridici dell’Occidente, all’interno dei quali la pena di morte è ammissibile, legittima e comminabile.
Se i tre cristiani “giustiziati” fossero stati veramente colpevoli dei reati loro attribuiti (in pratica una strage di una settantina di connazionali di fede diversa) al termine di un regolare processo con i crismi di cui sopra, avrebbero meritato l’esecuzione.
Perché la punizione deve colpire dei pluriomicidi stragisti in quanto tali e non perché sono cristiani o musulmani o pagani e al tempo stesso, non si possono difendere dei pluriomicidi stragisti per il solo fatto che siano cristiani o musulmani o pagani.
Il messaggio invece diffuso dall’esecuzione indonesiana è stato che quei tre sono stati assassinati, al termine di un processo privo di quelle garanzie che troviamo in Occidente e che rendono legittima l’applicazione della pena di morte, esclusivamente perché cristiani.
Convinzione rafforzata dalle peni lievi comminate a musulmani imputati degli stessi delitti.
Pierferdinando Casini ha promosso per questo pomeriggio una manifestazione davanti alla ambasciata indonesiana.
Iniziativa lodevole e condivisibile se fosse limitata a richiedere all’Indonesia, naturalmente facendosi poi promotori di sanzioni economiche e politiche qualora Giakarta facesse orecchie da mercante, di cambiare il suo ordinamento giudiziario, per recepire i principi del processo con contraddittorio e garanzie per l’espletamente del mandato della difesa.
Lasciando inalterato il sistema di pene, compresa quella di morte.
Purtroppo la manifestazione perde il suo pregio nel momento in cui diventa una confusionaria kermesse con la partecipazione della sinistra.
Mai in piazza con la sinistra !
Lo considero un principio di etica politica al quale mi attengo da sempre, indipendentemente dagli argomenti in discussione: se casualmente ci si batte per un medesimo risultato che lo si faccia separatamente, perché le motivazioni loro non sono certo le nostre.
Ma, soprattutto, perde di interesse quando diventa una manifestazione contro la pena di morte, sanzione che, in presenza di un processo regolare e basato sui principi della civiltà giuridica occidentale, è assolutamente legittima, indipendentemente da chi ne viene colpito.

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13 settembre 2006

Per un pugno di euro


A Chiuppano (Vicenza) un ventenne ha assassinato la nonna di 93 anni (93 anni !!!) a martellate (a martellate !!!).
Questa la terribile notizia di oggi, passata velocemente in secondo piano nei lanci di agenzia e nelle notizie dei telegiornali, che hanno preferito indulgere sulle botte torinesi tra ragazzine annoiate e gelose.
Credo invece che la vicenda di Vicenza debba essere opportunamente sottolineata nei suoi dettagli.
Il nipote. 22 anni, “ragazzo tranquillo” (quindi senza problemi sociali, di integrazione e tutte le altre menate con le quali solitamente giustificano – a torto – i peggiori crimini).
La nonna. 93 anni. Assistita da una badante.
Solitamente i nonni sono sin troppo generosi con i nipoti.
Vuoi una caramella ? Subito.
Vuoi il giornalino ? Eccoti accontentato
.
Questa volta, però, la nonna ha detto “stop” al finanziamento dei giochi del nipote.
Ma anche il nipote ha detto “stop”.
Il martello. L’arma del delitto.
Andate tra i vostri attrezzi (tutti in casa abbiamo un martello, se non altro per provare la resistenza delle nostre dita quando cerchiamo di appendere un quadro).
Prendete una noce di cocco.
Colpitela ripetutamente e avrete una sorta di vago sentore di quel che ha fatto (materialmente) l’assassino.
Per uccidere a martellate ci vuole una insensibilità totale, una assoluta mancanza di umanità e di qualsivoglia sentimento positivo.
Eppure quello è un “ragazzo tranquillo”.
Infatti, come se niente fosse, dopo l’omicidio della nonna è andato tranquillamente a ridere e giocare comprandosi, con i soldi rubati dopo l’omicidio, una scheda telefonica e divertendosi al video poker.
Il “bottino” ?
Un pugno di euro: 20 o 30 (a seconda delle fonti).
Uno così merita di vivere ?
Uno così, se passasse la proposta del parlamentare Pisapia, non avrebbe neppure l’ergastolo.
Uno così, indipendentemente da Pisapia, non resterà in galera tutta la vita.
Secondo me, uno così merita la pena di morte.

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05 settembre 2006

Deterrenza della pena di morte


La pena di morte è un deterrente ?
No, dicono i contrari esibendo statistiche che illustrerebbero come negli stati in cui non c’è la pena capitale ci sono meno crimini.
, ribadiscono quelli favorevoli, presentando altrettante statistiche che dimostrano esattamente il contrario.
I numeri, come sempre, vengono adattati a ciò che si vuole dimostrare: come i teoremi giudiziari contro Berlusconi.
Prima si decide che cosa si vuole dimostrare e poi si adatta ciò che si ha alla tesi che si vuole suffragare.
C’è, però, un dato inoppugnabile: con la pena di morte si impone una deterrenza assoluta a chi ha commesso un crimine.
Quello non lo commetterà una seconda volta.
E su questo credo che i contrari alla pena capitale non abbiano nulla da eccepire.
La punizione del crimine, infatti, è sì espiazione, ma deve anche essere certa e adeguata ad imprimere nel reo un sacro timore di reiterare il suo delitto.
Deterrenza, appunto.
Ma anche quelli che “vedono” la punizione esemplare cui viene sottoposto un criminale che ha commesso un grave delitto, ripugnante alla coscienza comune, avranno di che pensare.
Sapranno che, dopo, non ci saranno amnistie, indulti, grazie che contino: perché l’esecuzione di quello specifico crimine impedisce ogni furbesca scappatoia.
Quando la pena capitale viene a perdere il suo effetto deterrente ?
Quando la sentenza viene eseguita con molto ritardo rispetto all’epoca in cui il delitto ha colpito la coscienza civile di un popolo.
Quando si è affievolito il ricordo del crimine e l’emozione e il rigetto che ha provocato.
Allora hanno buon gioco le organizzazioni contrarie alla pena di morte a mettere in primo piano la vicenda umana del colpevole, magari ciurlando su presunti dubbi, magari diffondendo immagini di uno ormai vecchio e segnato dall’aria apparentemente inoffensiva.
Ecco, i principali responsabili della riduzione dell’effetto deterrente della pena capitale sono proprio coloro che, con un malinteso senso di giustizia, ne ritardano l’esecuzione e quanti ne fanno una bandiera a favore sostanzialmente del crimine, per tutelare Caino e dimenticarsi di Abele.
Quindi l’effetto deterrente della pena di morte è reale nei confronti del reo e concettualmente presente anche in chi vede il criminale giustiziato, purchè sia temporalmente vicino al fatto di sangue.

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