Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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14 gennaio 2006

Gli assassini del Circeo

Il 30 dicembre 2005 è morta Donatella Colasanti.

Era la ragazza sopravvissuta a quella feroce azione di stupro, torture e violenze perpetrate da tre … esseri disumani che rispondevano al nome di Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido.

L’altra amica, Rosaria Lopez, era morta durante quelle torture.

La Colasanti si era salvata … fingendosi morta.

Ma il suo spirito era morto quel 1° ottobre 1975, come si è potuto vedere dallo sguardo profondo e ancora spaventato e offuscato nelle interviste che hanno preceduto e seguito l’annuncio della morte di uno dei torturatori.

Due di quei delinquenti sono ancora in vita: sono sopravvissuti alle loro vittime.

Per loro c’è ancora la speranza di tornare liberi, in un modo o in un altro.

Angelo Izzo l’aveva avuta la sua libertà: è tornato ad uccidere due donne, come prima.

Ecco un altro caso evidente di come la pena di morte sarebbe stata eseguita con saggia consapevolezza di agire nel pieno della legittimità e quella sanzione avrebbe salvato due vite.

Gli assassini del Circeo non avrebbero meritato di sopravvivere alle loro vittime.

06 gennaio 2006

Meritano di sopravvivere alle loro vittime ?

La uno bianca.

Due giorni fa, il 4 gennaio, ricorreva il 15° anniversario della strage del Pilastro a Bologna, quando 3 carabinieri furono assassinati.

In un primo momento le indagini furono indirizzate verso un gruppo ritenuto appartenente alla criminalità organizzata, poi si scoprì che anche quella strage era stata compiuta dalla “uno bianca” che altro non era che una banda formata da tre fratelli e due loro colleghi della Polizia di Stato.

Mele marce, sicuramente.

Il risultato finale: 24 morti e oltre 50 feriti, alcuni in modo grave, alcuni resi storpi e invalidi a vita.

Il 4 gennaio 2006 i tre fratelli hanno chiesto perdono.

Perdono che i famigliari delle vittime non hanno concesso.

A parte l’annotazione che gli stessi che si stracciano le vesti per graziare Sofri e concedere una amnistia generalizzata, sono i primi a dubitare della sincerità del pentimento dei tre fratelli (doppio pesismo ?), c’è da porsi la domanda: meritano costoro di sopravvivere alle loro vittime ?

Meritano di intravedere, se non oggi fra qualche anno, la possibilità di tornare liberi ?

Il reato, continuato, di cui si sono macchiati non rappresenterebbe un classico esempio in cui la pena di morte sarebbe stata pena giusta, proporzionata e in sintonia con il sentimento popolare ?

E vedremo, nel prosieguo, come di casi simili ve ne siano molti altri.

Casi in cui colpevolezza conclamata, profonda ferita nella coscienza comune e sproporzione tra il crimine commesso e la pena subita, fa dire, con forza, che la pena capitale può entrare legittimamente nell’ ordinamento penale di una società Civile, di uno Stato Democratico e Liberale.

Perché non è giusto che certi criminali sopravvivano alle loro vittime.


Non è giusto che mentre nessuna grazia o amnistia potrà restituire la vita alle loro vittime, certi criminali possano sperare (contare !) sulla possibilità di tornare a circolare liberamente tra noi e magari a reiterare il loro crimine.

03 gennaio 2006

Perchè dico SI' alla pena di morte

Un interventoche non condivido, ma rispetto – di Harry lancia una iniziativa di cui, a mio avviso, non si sentiva alcun bisogno: un “blog roll!” contro la pena di morte.

Harry riconosce che di primo acchito, sembra assurdo, in un paese che tale punizione non comprende più (purtroppo) nel suo diritto penale, organizzare una iniziativa contro la pena che non c’è.

Pur tuttavia, vi aderisce.

Io, no.

Una scelta legittima quella di Harry, come lo è la mia, che rispetto come pretendo sia rispettata la mia.

Io (con questo blog e con Non si abbia timore di punire Caino ) sono favorevole alla pena di morte comminata contro delinquenti che compiono crimini efferati che ripugnano alla coscienza dei cittadini:

- terroristi di ogni colore
- stupratori che provocano la morte delle loro vittime
- assassini di funzionari delle Forze dell’ordine
.

Sono favorevole alla pena di morte perché quando è prevista da un ordinamento democratico, fondato sulle garanzie per la difesa, con un sistema di bilanciamento dei poteri, diventa una pena come tutte le altre, proporzionata al crimine commesso, ed è un DIRITTO di uno Stato che si rispetti comminarla, a tutela della civile convivenza e di tutti i cittadini onesti che dallo Stato si aspettano sicurezza, protezione e punizione del reo.

Sono favorevole alla pena di morte, perché è un deterrente.

Sapere che si può essere puniti con una sanzione dalla quale non ci si può liberare con trucchi e trucchetti (finte conversioni, falso buonismo, inganno verso gli psichiatri che verificano lo stato di ravvedimento) tanto comuni, quanto offensivi verso le vittime e verso tutti i cittadini onesti, è un monito a non superare limiti di perversione e violenza.

Sono favorevole perché coloro i quali, nonostante la funzione deterrente, non si fermano al limite che è il crinale tra una pena detentiva e la pena capitale, meritano quest’ultima, mostrandosi refrattari ad ogni considerazione di carattere civile e umanitario.

Sono favorevole perché la società civile ha il diritto e il dovere di eliminare ogni pericolo che siffatti criminali possano – con l’inganno, con la fuga, sfruttando le pieghe di leggi troppo permissive – mettere in pericolo nuovamente altri innocenti.

La Civiltà di un popolo non si vede dal numero di criminali che, con vari sistemi (grazie politiche, amnistie o indulti) dichiara “redenti” (salvo poi trovarsi con un Angelo Izzo in libertà di uccidere di nuovo) ma dal rispetto della legge e dalla realizzazione di una ordinata convivenza che passa anche attraverso pene chiare, certe e proporzionate all’allarme sociale del crimine commesso.

Mi si consenta, infine, altre due – bonarie – osservazioni.

La prima è collegata all’incipit di questo post, circa la assurdità di creare una associazione contraria alla pena di morte qui, in Italia.

E non uso parole mie, ma quelle di un caro amico:

… è una enorme sciocchezza, come manifestare a favore del suffragiouniversale o dell'acqua minerale. O come inscenare un sit-in a Dallas per la libertà di possedere armi da fuoco.Mi ripeto, è questione di metodo: gli unici che possono alzare la vocein materia sono i favorevoli alla pena capitale. Chi nuota controcorrente deve essere in qualche modo agevolato nel dibattito: men chemeno chi s'intruppa nel branco può abusare di certi mezzi con la scusadella questione morale (cosa non rientra in questa fattispecie,dopotutto ?)."

La seconda è relativa a quella sudditanza psicologica nei confronti delle parole d’ordine della sinistra che mi sembra di individuare in talune iniziative (o adesioni ad iniziative altrui).

Se vogliamo arrivare ad un “paese normale”, dove ognuno sia libero di manifestare il suo pensiero senza temere reazioni isteriche da parte di terzi, allora dobbiamo seppellire l’acquiescenza verso quelle “paroline” che sono state talmente sfruttate e abusate dalla sinistra come spartiacque tra presunti "buoni" e presunti "cattivi", da aver perso completamente ogni significato morale, politico e civile, per assumerne uno e uno solo: propaganda.

Tra queste, le periodiche fibrillazioni in occasione di alcune (chissà perché non tutte …) esecuzioni negli Stati Uniti rappresentano una rilevante parte.

Poi si può discutere di tutto:
- della opportunità di avere “hic et nunc”, cioè con la magistratura che ci ritroviamo, la pena capitale;
- del fatto che ci siano ben altre questioni prioritarie (ma questo vale anche e ancor più per chi organizza iniziative, in Italia, contro la pena che non c’è;
- della riduzione della portata deterrente quando la pena di morte viene comminata a lunga distanza dal crimine per il quale è stata decisa;
- dei crimini da assoggettare a tale pena,
ma non possiamo disconoscere la legittimità e la cittadinanza, in uno Stato Civile e Democratico, delle tesi favorevoli e dell’esistenza nell’ordinamento penale di tale sanzione, come del resto è ampiamente dimostrato dalla più grande democrazia liberale del mondo, gli Stati Uniti d’America, dove ben 37 stati ammettono ed eseguono la pena capitale.