Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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28 dicembre 2006

L’impiccagione per Saddam è la giusta pena


Saddam Hussein, il boia sunnita ha avuto confermata la condanna a morte mediante impiccagione.
Ora solo la grazia presidenziale potrebbe consentirgli di affrontare nuovi processi e nuove presumibili condanne a morte.
Se non interverrà il presidente a concedergli la grazia, entro 30 giorni la sanzione sarà irrogata e la condanna eseguita.
Saddam è colpevole.
Lo provano i delitti efferati di cui si è macchiato nei confronti del suo stesso popolo, al solo scopo di rafforzare e perpetuare il suo potere.
Nessuno può negare le nefandezze di cui Saddam si è macchiato.
I sostenitori della grazia e della commutazione della pena all’ergastolo espongono ragioni di principio contro la pena capitale e di opportunità.
Sulle ragioni di principio rimando al blog sulla Pena di Morte e, in particolare, al post Considerazioni in favore della pena di morte in cui citavo anche Cesare Beccaria, dai più ritenuto – a torto – contrario tout court alla pena capitale e di cui mi piace citare un breve passaggio anche qui:
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà, egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita”.
Sembra scritta appositamente per Saddam …
Sulle questioni di opportunità, sulle considerazioni che, da morto, Saddam diventerebbe un “martire”, un simbolo per i terroristi musulmani, mi permetto di obiettare che un simile ragionamento varrebbe molto di più con Saddam vivo, con la possibilità concreta, cioè, che con un blitz militare possa essere liberato e rimesso in circolazione, diventando non solo un simbolo, ma un punto di aggregazione concreto, fisico, per ogni ribellismo iracheno e revanchismo sannita.
E il pericolo che, in uno scenario di qualche anno, possa riprendere il potere.
Sempre nell’ambito delle questioni di opportunità, alcuni sostengono che eseguire la sentenza, giustiziando Saddam, scatenerebbe la reazione violenta dei suoi seguaci.
Già, perché sino ad oggi cos’hanno fatto ?
Non mi sembra si siano comportati da collegiali, anzi !
Eseguire la sentenza, invece, potrebbe aiutare a mandare un messaggio forte e chiaro, perché – ed è sempre Beccaria che parla - “più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio”.
Al popolo iracheno, giustiziare Saddam, dimostrerebbe la sconfitta, finale e totale, del suo regime, l’allontanamento definitivo del suo spettro dalle vite di tutti.
E se qualche recrudescenza dovesse manifestarsi in più rispetto alla già violenta espressione terroristica odierna, si dovrebbe affrontare con mano ferma e fredda determinazione, non con il buonismo che viene interpretato dal nemico come debolezza.
Bene ha dunque fatto la corte irachena a confermare una condanna che è proporzionata ai crimini commessi e in un processo a porte aperte con la difesa, un collegio internazionale con l’imputato che si è anche giovato della facoltà democraticissima di ricusare i difensori per prolungare il processo, che ha avuto ogni opportunità di presentare le sue istanze.
Si esegua, dunque, senza indugio la sentenza: prima sarà, prima l’Iraq volterà pagina.

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21 dicembre 2006

Terrorista sotto l'albero


Cosa ci porta Babbo Natale nel 2006 ?
Tanti terroristi, criminali, delinquenti in libertà.
Questa la risposta che si potrebbe dare visto il piano inclinato che ormai ha assunto la politica (?) penitenziaria della sinistra.
Legalizzati, in spregio al decreto del Governo Berlusconi, 350.000 immigrati.
Raddoppiata la quantità di droga “per uso personale” che ne depenalizza il possesso e, quindi, chi ne fa uso evita la meritatissima galera.
In un crescendo abbiamo poi scoperto che la sinistra
ha portato in parlamento un ex terrorista,
ne ha messo un altro come collaboratore di un sottosegretario al ministero degli interni,
un altro paio li utilizza come “consulenti”.
E adesso, sotto l’albero, troviamo la libertà per Barbara Balzerani (pluriergastolana) e la conferma che Adriano Sofri continuerà a non scontare la (tenue) pena subita come mandante dell’omicidio del Commissario Calabresi.
Che si può aggiungere ?
Chi si oppone alla pena di morte millantando il carcere a vita come punizione anche peggiore, è servito.

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16 dicembre 2006

Sbagliato il mezzo,non la sanzione


Un condannato a morte della Florida, Angel Diaz, è stato giustiziato mediante iniezione letale.
Avendo impiegato ben 34 minuti a morire, è scattata la gara a condannare la condanna.
Persino il Governatore della Florida, Jeb Bush, fratello del Presidente George W. Bush, ha sospeso le esecuzioni.
Purtroppo l'uso di un mezzo che si sta dimostrando inadatto allo scopo di giustiziare senza inutili agonie dei criminali, sta ridando fiato agli abolizionisti.
E' opportuno distinguere tra la sanzione comminata che, se frutto di
un processo regolare,
con ogni garanzia messa a disposizione della difesa,
all'interno di un sistema giudiziario indipendente,
previsto dalla legge e
in uno stato democratico,
è pienamente legittima e il mezzo usato per comminarla.
Ricordiamo che il sistema della iniezione letale ha in alcuni Stati sostituito quello della sedia elettrica perchè ritenuto più "umano" e la sedia elettrica, a sua volta, aveva rimpiazzato l'impiccagione per analogo motivo.
Sembra però che, per quanto "umano", anche questo sistema abbia i suoi difetti.
Allora, come osserva Fabio , tanto vale restare alla vecchia impiccagione con botola, tra l'altro anche maggiormente educativa, per l'impatto mediatico (tanto importante oggi) nei confronti di chi volesse delinquere.
Non è la sanzione, la pena di morte, ad essere sbagliata, ma il mezzo che viene usato e anche questo è il frutto di un malinteso "buonismo", il "politicamente corretto" che, in questo caso come sempre, diviene il più classico degli "uffici complicazioni affari semplici", senza raggiungere alcun risultato, ma solo ostacolandone gli effetti benefici per la società.
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06 novembre 2006

Impiccate Saddam !


Il tribunale iracheno ha emesso la sua sentenza: Saddam deve morire per i crimini commessi, senza neppure avere l’onore delle armi.
Sarà impiccato, come nel Far West si impiccavano i farabutti di ogni genere.
Credo che quando la sentenza sarà eseguita, sarà posto il sigillo finale su una esperienza devastante per il mondo arabo, per il medio oriente e per tutta l’Umanità.
E’ la conferma della giusta azione che il Presidente Bush e il Premier Blair con pochi ma fedeli alleati, hanno intrapreso all’indomani dell’11 settembre 2001, prima liberando l’Afghanistan e quindi facendo altrettanto con l’Iraq.
Ci è costato e continua a costarci in termini di vite umane e di fondi stanziati, ma la lotta al terrorismo musulmano è un dovere di ogni governo, di ogni stato, di ogni politico civile.
Chi vi si è opposto e vi si oppone non è molto diverso dai terroristi, perché consente a quegli esseri indegni di poter contare su protezioni, finanziamenti, oasi.
La miglior difesa è l’attacco” e questo semplice principio di tattica militare è stato applicato dal Presidente Bush, inseguendo i terroristi nelle loro retrovie, impedendo loro di organizzare una azione ben più devastante a casa nostra.
A ben guardare i migliori alleati dei terroristi, quelli che hanno rallentato l’azione di bonifica che porta ad estirpare l’erba cattiva nel mondo, sono stati proprio coloro che, in Occidente, hanno contestato l’azione militare, quelli che ne limitano l’efficacia brandendo codici e facendo la morale ai nostri militari invece di andare a predicare tra i terroristi (per vedere di persona come accolgono le loro parole di resa e di debolezza).
Sono quelli che prima frappongono limiti all’azione delle nostre truppe e poi vengono a raccontarci che siamo in un pantano.
Ma una guerra la si deve combattere con tutti i mezzi a disposizione, fino alla resa totale e incondizionata del nemico o al suo annientamento.
Impariamo da come i Romani gestivano le loro azioni militari.
Ricordiamo come Cesare agì in Gallia.
Adesso Saddam Hussein è stato condannato e mi auguro che la sentenza venga eseguita, senza alcuna clemenza.
Il prossimo, se ancora in vita, sarà Bin Laden e a seguire tutti coloro che mettono in pericolo la Civiltà, la nostra Sicurezza, il nostro Benessere, la nostra Libertà.

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30 ottobre 2006

Difesa più che legittima


Ancora una volta un cittadino onesto che reagisce ad una aggressione sparando e terminando un criminale, subisce delle noie.
Santo Gulisano è un ispettore di Polizia in pensione.
Essendo ancora una persona attiva, ha aperto una tabaccheria a Napoli.
Il 27 ottobre due criminali sono entrati, hanno minacciato il figlio per rapinarlo.
Il signor Gulisano ha reagito, sparando come sapeva di poter fare, liquidando un criminale e ferendo il complice, catturato.
Dov’è il problema ?
Forse che ci si deve lasciar rapinare senza opporre resistenza ?
E’ questa la sicurezza che ci propongono in Italia ?
Al signor Gulisano andrebbe assicurata la protezione per evitare le possibili ritorsioni della famiglia di un criminale, pregiudicato, che, come sembra abbia confessato il complice, era appena reduce da un’altra rapina.
Ben vengano cittadini come il signor Gulisano che, soprattutto là dove lo stato sembra latitare, hanno ancora il coraggio di difendere la proprietà e la vita dei propri cari.
Probabilmente, grazie alla riforma dell’art. 52 del codice penale, voluta dalla Lega e attuata durante il Governo di Centro Destra, il signor Gulisano beneficerà del non luogo a procedere per legittima difesa.
Ma non è accettabile che, ogniqualvolta accade un evento del genere, la vittima – che è il cittadino onesto che reagisce con successo ad una aggressione – debba avere anche solo per pochi giorni delle noie giudiziarie, con obbligo di essere interrogato e di doversi anche pagare un avvocato.
Solidarietà al signor Gulisano e a tutti i signori Gulisano d’Italia.

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05 ottobre 2006

Anche Chiatti sarà libero


Luigi Chiatti l'autodefinito "mostro di Foligno", l'assassino, dopo sevizie, di almeno due bambini, ha ottenuto l'indulto.
Questo gli consentirà di scalare tre anni dalla sua pena ed essere libero nel 2020.
Probabilmente lo sarà molto prima, visto l'andazzo di premi e sconti che vengono con folle prodigalità dispensati anche ai peggiori criminali.
Nel 2020 Luigi Chiatti avrà 52 anni.A
vrà ancora la possibilità di vivere a lungo, da uomo libero, e di perseguire le sue perversioni.
Potrà ancora essere una minaccia per la comunità in cui andrà a vivere, tra l'altro reso più attento dalla sua prima esperienza criminale.
E stiamo ragionando nella improbabile ipotesi che il Chiatti da ora in poi sconti per intero la sua residua pena, senza beneficiare di alcun provvedimento di sconto o agevolazione.
Chi sfogliasse le ancora poche pagine di questo blog, potrebbe rilevare come, in breve tempo e senza che siano stati tutti registrati, siano numerosi i casi in cui una giustizia opinabile, pur nella letterale applicazione di norme esistenti, crea pericolo per la comunità civile.
Un pericolo che sarebbe radicalmente eliminato con la reintroduzione della pena di morte per chi si rende colpevole di delitti efferati e che violentano il comune senso etico e civile.
Non possiamo sapere dove Luigi Chiatti andrà ad abitare una volta che sarà uscito dal carcere, libero.
Ma vorrei che quanti leggono questo post si domandassero e onestamente dessero a se stessi una risposta:
se il Chiatti verrà ad abitare nella mia zona, mi sentirò più o meno sicuro ?
se mio figlio venisse rapito, seviziato e ucciso dal Chiatti dopo la sua scarcerazione, avrei dei rimorsi per non aver sostenuto la pena di morte per simili individui ?

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27 settembre 2006

Viva la pena di morte !


La Baraldini è libera, alla faccia di tutti coloro che non amano la pena di morte.
Gli Stati Uniti hanno fatto un errore: si sono fidati del paese dei pagliacci, e si sa, i pagliacci sono imprevedibili. Senza le pressioni dell'Italia personaggi simili sarebbero stati fritti in men che non si dica.
E' esattamente questo il rischio che si corre quando si vuole abolire la pena di morte contro i criminali: a parte il discorso sull'equità del contrappasso, la pena di morte garantisce l'irreiterabilità del crimine, esclude indulti e mette i complici nell'impossibilità di prendere ostaggi per chiedere la liberazione del condannato. Mica male, no ?
Inoltre la pena di morte zittisce tutte quelle associazioni paradelinquenziali che amano tanto Caino e se ne fregano di Abele.
Viva la pena di MORTE !

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25 settembre 2006

Della pena di morte e dell'Indonesia


In Indonesia tre cristiani sono stati “giustiziati”.
La pena di morte è un istituto previsto dalla legislazione indonesiana ed è stata applicata.
Questo blog è favorevole alla pena di morte, quindi qualcuno potrebbe pensare che sono favorevole all’esecuzione praticata a Giakarta.
In due post recenti (Considerazioni in favore della pena di morte e La pena di morte in rete ) ho esposto le condizioni alle quali la pena di morte debba essere applicata perché possa essere legittimamente comminata.
Tra esse lo svolgimento di un processo che dia alla difesa ogni diritto ed ogni opportunità per dimostrare la estraneità degli imputati ai fatti loro addebitati.
Un processo che sia svolto con il criterio del contraddittorio e aperto al controllo dell’opinione pubblica.
Proprio quel che è mancato in Indonesia, così come manca in tutte le nazioni nelle quali è prevista la pena di morte ma non esiste democrazia e, quindi, un sistema processuale informato ai criteri suesposti.
Dirò di più.
Le esecuzioni indonesiane confermano la bontà dei principi giuridici dell’Occidente, all’interno dei quali la pena di morte è ammissibile, legittima e comminabile.
Se i tre cristiani “giustiziati” fossero stati veramente colpevoli dei reati loro attribuiti (in pratica una strage di una settantina di connazionali di fede diversa) al termine di un regolare processo con i crismi di cui sopra, avrebbero meritato l’esecuzione.
Perché la punizione deve colpire dei pluriomicidi stragisti in quanto tali e non perché sono cristiani o musulmani o pagani e al tempo stesso, non si possono difendere dei pluriomicidi stragisti per il solo fatto che siano cristiani o musulmani o pagani.
Il messaggio invece diffuso dall’esecuzione indonesiana è stato che quei tre sono stati assassinati, al termine di un processo privo di quelle garanzie che troviamo in Occidente e che rendono legittima l’applicazione della pena di morte, esclusivamente perché cristiani.
Convinzione rafforzata dalle peni lievi comminate a musulmani imputati degli stessi delitti.
Pierferdinando Casini ha promosso per questo pomeriggio una manifestazione davanti alla ambasciata indonesiana.
Iniziativa lodevole e condivisibile se fosse limitata a richiedere all’Indonesia, naturalmente facendosi poi promotori di sanzioni economiche e politiche qualora Giakarta facesse orecchie da mercante, di cambiare il suo ordinamento giudiziario, per recepire i principi del processo con contraddittorio e garanzie per l’espletamente del mandato della difesa.
Lasciando inalterato il sistema di pene, compresa quella di morte.
Purtroppo la manifestazione perde il suo pregio nel momento in cui diventa una confusionaria kermesse con la partecipazione della sinistra.
Mai in piazza con la sinistra !
Lo considero un principio di etica politica al quale mi attengo da sempre, indipendentemente dagli argomenti in discussione: se casualmente ci si batte per un medesimo risultato che lo si faccia separatamente, perché le motivazioni loro non sono certo le nostre.
Ma, soprattutto, perde di interesse quando diventa una manifestazione contro la pena di morte, sanzione che, in presenza di un processo regolare e basato sui principi della civiltà giuridica occidentale, è assolutamente legittima, indipendentemente da chi ne viene colpito.

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13 settembre 2006

Per un pugno di euro


A Chiuppano (Vicenza) un ventenne ha assassinato la nonna di 93 anni (93 anni !!!) a martellate (a martellate !!!).
Questa la terribile notizia di oggi, passata velocemente in secondo piano nei lanci di agenzia e nelle notizie dei telegiornali, che hanno preferito indulgere sulle botte torinesi tra ragazzine annoiate e gelose.
Credo invece che la vicenda di Vicenza debba essere opportunamente sottolineata nei suoi dettagli.
Il nipote. 22 anni, “ragazzo tranquillo” (quindi senza problemi sociali, di integrazione e tutte le altre menate con le quali solitamente giustificano – a torto – i peggiori crimini).
La nonna. 93 anni. Assistita da una badante.
Solitamente i nonni sono sin troppo generosi con i nipoti.
Vuoi una caramella ? Subito.
Vuoi il giornalino ? Eccoti accontentato
.
Questa volta, però, la nonna ha detto “stop” al finanziamento dei giochi del nipote.
Ma anche il nipote ha detto “stop”.
Il martello. L’arma del delitto.
Andate tra i vostri attrezzi (tutti in casa abbiamo un martello, se non altro per provare la resistenza delle nostre dita quando cerchiamo di appendere un quadro).
Prendete una noce di cocco.
Colpitela ripetutamente e avrete una sorta di vago sentore di quel che ha fatto (materialmente) l’assassino.
Per uccidere a martellate ci vuole una insensibilità totale, una assoluta mancanza di umanità e di qualsivoglia sentimento positivo.
Eppure quello è un “ragazzo tranquillo”.
Infatti, come se niente fosse, dopo l’omicidio della nonna è andato tranquillamente a ridere e giocare comprandosi, con i soldi rubati dopo l’omicidio, una scheda telefonica e divertendosi al video poker.
Il “bottino” ?
Un pugno di euro: 20 o 30 (a seconda delle fonti).
Uno così merita di vivere ?
Uno così, se passasse la proposta del parlamentare Pisapia, non avrebbe neppure l’ergastolo.
Uno così, indipendentemente da Pisapia, non resterà in galera tutta la vita.
Secondo me, uno così merita la pena di morte.

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05 settembre 2006

Deterrenza della pena di morte


La pena di morte è un deterrente ?
No, dicono i contrari esibendo statistiche che illustrerebbero come negli stati in cui non c’è la pena capitale ci sono meno crimini.
, ribadiscono quelli favorevoli, presentando altrettante statistiche che dimostrano esattamente il contrario.
I numeri, come sempre, vengono adattati a ciò che si vuole dimostrare: come i teoremi giudiziari contro Berlusconi.
Prima si decide che cosa si vuole dimostrare e poi si adatta ciò che si ha alla tesi che si vuole suffragare.
C’è, però, un dato inoppugnabile: con la pena di morte si impone una deterrenza assoluta a chi ha commesso un crimine.
Quello non lo commetterà una seconda volta.
E su questo credo che i contrari alla pena capitale non abbiano nulla da eccepire.
La punizione del crimine, infatti, è sì espiazione, ma deve anche essere certa e adeguata ad imprimere nel reo un sacro timore di reiterare il suo delitto.
Deterrenza, appunto.
Ma anche quelli che “vedono” la punizione esemplare cui viene sottoposto un criminale che ha commesso un grave delitto, ripugnante alla coscienza comune, avranno di che pensare.
Sapranno che, dopo, non ci saranno amnistie, indulti, grazie che contino: perché l’esecuzione di quello specifico crimine impedisce ogni furbesca scappatoia.
Quando la pena capitale viene a perdere il suo effetto deterrente ?
Quando la sentenza viene eseguita con molto ritardo rispetto all’epoca in cui il delitto ha colpito la coscienza civile di un popolo.
Quando si è affievolito il ricordo del crimine e l’emozione e il rigetto che ha provocato.
Allora hanno buon gioco le organizzazioni contrarie alla pena di morte a mettere in primo piano la vicenda umana del colpevole, magari ciurlando su presunti dubbi, magari diffondendo immagini di uno ormai vecchio e segnato dall’aria apparentemente inoffensiva.
Ecco, i principali responsabili della riduzione dell’effetto deterrente della pena capitale sono proprio coloro che, con un malinteso senso di giustizia, ne ritardano l’esecuzione e quanti ne fanno una bandiera a favore sostanzialmente del crimine, per tutelare Caino e dimenticarsi di Abele.
Quindi l’effetto deterrente della pena di morte è reale nei confronti del reo e concettualmente presente anche in chi vede il criminale giustiziato, purchè sia temporalmente vicino al fatto di sangue.

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22 agosto 2006

La pena di morte in rete


Il precedente post sulle considerazioni favorevoli alla pena di morte, con spunti presi dal noto "Dei delitti e delle pene" dello stracitato Cesare Beccarla, ha provocato alcuni commenti di chi, contrario alla pena capitale, asserisce che tale sanzione non esercita alcuna deterrenza.
A supporto della sua affermazione ci sono i dati esposti in pagine di links facilmente reperibili in internet, digitando "pena di morte" in un qualsiasi motore di ricerca.In italiano.
Già, perché se scriviamo in inglese "capital punishment" o "death penalty" la situazione cambia e vicino ai dati ampiamente tradotti in italiano, ne possiamo trovare altri, che si potrebbe dire "censurati", che sostengono esattamente il contrario (in calce al post alcuni links).
Non a caso questo blog è, a quanto mi risulta e chiedo anticipatamente scusa se non è così ma non ho guardato oltre la decima pagina di google e yahoo, l'unico sito internet che ha come finalità specifica il sostegno alla pena capitale.
E anche quando, come ho provato, si inseriscono post con titoli espliciti (come "Considerazioni in favore della pena di morte") questi non appaiono nelle prime pagine dei motori di ricerca (e non ho idea se, continuando a sfogliare, il link sia riportato).
Posso quindi ragionevolmente supporre che anche altre iniziative tese a discutere della pena di morte e della sua efficacia come strumento di repressione del crimine, abbiano subito analogo ostracismo, forse perché, gira e rigira, le argomentazioni dei contrari alla pena capitale risentono di un astrattismo teorico che mal si concilia con un sentimento popolare che vuole punire i rei ed essere assicurato contro la reiterazione da parte degli stessi di un reato particolarmente efferato.
Assicurazione e punizione che trovano nella pena di morte il massimo del feed back.
Vicende come quelle di Angelo Izzo, dei tanti criminali condannati e liberati anzitempo grazie ad amnistie, indulti, grazie, permessi, semilibertà varie, in ultimo situazioni come quelle del pakistano e dei suoi complici che hanno sgozzato la figlia del primo perché "vestiva all'occidentale", sono colpi inferti al buonismo di maniera di chi è contrario alla pena capitale.
Questo blog intende quindi proseguire nella opera di raccolta di simili episodi e per sviluppare un costante approfondimento sull'utilità della pena di morte, inflitta:
- per reati efferati e ben delimitati dalla legge
- con un processo nel quale la difesa abbia la piena facoltà di garantire il suo assistito
- in base a leggi votate da un parlamento regolarmente eletto in base ai principi democratici propri del mondo Occidentale
- con un procedimento rapido in modo da non eseguire la sentenza di condanna quando la sensibilità al fatto che ha dato luogo alla punizione si sia affievolita nella coscienza pubblica.

La cronaca, quindi, dei fatti (e purtroppo sono tanti) che giustificano la pena di morte e la teoria del perché la pena capitale è:
- un valido deterrente
- una punizione giustamente proporzionata al crimine commesso
- una garanzia che chi si è reso responsabile di crimini che offendono la coscienza civile non possa mai più reiterarli
.

ALCUNI LINKS:




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05 agosto 2006

Considerazioni in favore della pena di morte


Emma Bonino, che non mi ricordo più con quale dei tanti ministeri “spacchettati” di serie “b” si trastulli, ha fatto approvare al Consiglio dei ministri un provvedimento che mette al bando l’importazione e il commercio di quelli che chiamano “strumenti di tortura”.
In teoria sarebbe il recepimento di una direttiva europea, uno dei tanti provvedimenti da “soviet” con i quali di pensa di cancellare la memoria e la ragione di un qualche strumento o di una qualche idea.
E’ esattamente un fondamentalismo uguale a quello degli iraniani che vogliono cancellare il progresso, internet e la televisione, o a quello che dagli stessi attuali censori viene imputato alla nostra Chiesa … nel Medio Evo.
Dimenticando che non è lo strumento in sé ad essere “di tortura”, ma l’uso e l’applicazione che se ne fa.
Allo stesso modo si cerca di contrabbandare come una pena “illegittima” quella capitale, peraltro praticata nella più grande democrazia liberale del mondo: gli Stati Uniti.
Dimenticando che non è la pena di morte ad essere illegittima, ma il modo con cui viene comminata e l’uso che se ne vuol fare che la può rendere tale, da legittima che è, per e in natura.
E il tanto citato Cesare Beccaria, richiamato costantemente per dare una patina culturale alle stereotipate affermazioni contro la pena di morte, non escludeva il diritto dello stato a comminarla.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà, egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordin stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi …. Io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distoglier gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.”
E se non bastasse, nelle sue “conclusioni” il Beccaria afferma :
“… che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo di fucile. … perché ogni pena non sia violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.”.
Beccaria diventa un forcaiolo ?
No, Beccaria, come tutte le persone di buon senso, aspira ad una società ordinata dove la pena sia tanto più dolce quanto più i cittadini siano civili, ma come tutte le persone di buon senso non si lega un braccio dietro la schiena per combattere i “selvaggi” e le bestie feroci.
Distingue le circostanze, distingue le situazioni contingenti, distingue in base a quello che noi chiameremmo il “pericolo sociale” del reo, distingue in base all’esistenza di leggi preesistenti, del modo in cui viene comminata, della rapidità con la quale viene eseguita.
E come non notare che oggi noi siamo “al tempo dell’anarchia, quando i disordin tengon luogo delle leggi” ?
I moti di piazza violenti e distruttivi, l’aggressione del terrorismo, musulmano e non, altro non sono che anarchia e disordini che “tengon luogo delle leggi” e che giustificano la pena di morte.
L’arrivo in un paese civile e democratico di centinaia di migliaia di persone che non hanno dimestichezza con il vivere nel rispetto della proprietà e della vita altrui, avendo ancestralmente altri valori prioritari, rientra nel concetto di ".. animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio” per cui si rende necessario “il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo di fucile”.
Mentre omicidi atroci, plurimi, quelli seguiti ad un sequestro, le stragi compiute e gli omicidi perpetrati in nome di una ideologia, rientrano appieno nell’ammissibilità della pena di morte come “il vero ed unico freno per distoglier gli altri dal commettere delitti.
Ma anche per mettere i cittadini onesti al riparo dalla reiterazione, da parte del medesimo criminale liberato grazie a troppe indulgenze o errate valutazioni psicologiche, degli stessi delitti, come troppo spesso capita.
Ma la base della legittimità della pena capitale sta nel sistema che la commina, nello sviluppo processuale, nelle opportunità di garanzia per una piena difesa dell’imputato.
Tutto questo presuppone che la pena di morte sia legittima quando rispecchi quel carattere “pubblico” già sottolineato dal Beccaria.
Una garanzia di legittimità che abbiamo nei paesi democratici come gli Stati Uniti e che invece non abbiamo in quelli, come Cina, Cuba o Iran, nei quali la democrazia non esiste se non a parole.
Ed ecco che uno stesso strumento, la pena di morte, è legittimo o non lo è, a seconda delle circostanze, di chi lo utilizza, di come viene a maturare la sua pratica.

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01 agosto 2006

Bella gente in libertà


L’Ansa delle 11,15 di oggi batte la notizia esaltante del primo detenuto che esce grazie all’indulto votato dalla sinistra e da Forza Italia:
Il primo detenuto scarcerato grazie all'applicazione dell'indulto e' un agricoltore, Anselmo Novello, di 60 anni, condannato per omicidio. Novello, il 12 maggio del 1987, a Casabona (Catanzaro), nel corso di una lite per motivi di pascolo, uccise una donna, Rosina Aprigliano, di 44 anni, e feri' gravemente il marito ed il figlio della donna. La Procura della Repubblica di Catanzaro ha precisato, successivamente, che Anselmo Novello era agli arresti domiciliari a Belvedere Spinello, il centro in provincia di Crotone in cui risiede. Novello, dunque, non era detenuto nel carcere di Rebibbia, come riferito in un primo tempo dalla stessa Procura di Catanzaro. Il provvedimento emesso dal procuratore Lombardi è stato già notificato all'interessato tramite i carabinieri del Comando provinciale di Crotone.
Con questa la ridda di notizie contrastanti, noi cittadini onesti non possiamo fare altro che registrare tre dati:
1) una procura della repubblica non sa neppure se e dove sia detenuto un assassino;
2) un assassino (per “motivi di pascolo” !!!) era già sostanzialmente libero, agli arresti domiciliari;
3) adesso quello stesso assassino è totalmente libero.

Tutto questo l’indomani della richiesta di aiuto di una madre disperata che chiedeva allo stato di proteggerla contro il figlio drogato che, sempre grazie al provvedimento di recente votato con la sola opposizione di Lega, Alleanza Nazionale e Italia dei Valori, sarebbe uscito di galera, libero di tormentare di nuovo sua madre e il prossimo.
Mastella, clemente come al solito, ha assicurato alla signora preoccupata dalla libertà di suo figlio, che lo stato non l’avrebbe lasciata sola.
Ci domandiamo se il ministro (sic !) della Giustizia, anzi, della giustizia, potrà assumere lo stesso impegno nei confronti di tutti i parenti dei 13000 detenuti che anche con il suo contributo lasceranno il carcere anzitempo, prima di aver scontato per intero la loro pena, e a tutti i cittadini onesti ora messi in pericolo da una infornata di piccola criminalità messa tutta in un colpo sulle strade.
Sì, perchè se i giustizialisti ad un tanto al chilo hanno pensato solo ai Consorte, Fiorani, Ricucci (che non sono ancora stati condannati) tutta gente che, male che ci vada, ci espropria solo del denaro, si è sistematicamente trascurato il piccolo delinquente (rapinatore, scippatore, drogato) che, pur di scipparci del denaro, è disposto anche a ucciderci.
Mi pare che l'attenzione e l'allarme sociale per tutte queste liberazioni dal carcare sia ampiamente giustififcato.
Abbiamo già scritto che è ora di pensare all’autodifesa perché le Forze dell’Ordine non sono certo in grado di far fronte a tutte le necessità derivanti da una sicurezza piena dei cittadini onesti, a seguito dell’indulto e a seguito dell’ammissione di centinaia di migliaia di extracomunitari, con una pervicace volontà distruttiva che si accoppia alla sinistra ideologia di un massimalismo comunista che la fa da padrone nel governo nato per (colpo di) mano dei verbali degli scrutini elettorali pieni di ombre e sospetti anche per i voti delle circoscrizioni estere.
E’ anche ora di reclamare punizioni adeguate al crimine e scontate fino all’ultimo secondo dell’ultimo giorno.
E’ ora di pensare alla abolizione dell’istituto dell’indulto e dell’amnistia.

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26 luglio 2006

No all'indulto. Sì alla certezza della pena


Oggi la camera dei deputati probabilmente voterà l’indulto.
Un accordo trasversale (e già questo la dice lunga sul basso profilo etico di tale provvedimento) consentirà il raggiungimento del quorum dei due terzi, nonostante l’opposizione della Lega Nord, Alleanza Nazionale e Italia dei Valori.
Tralasciando il ridicolo di cui si coprono i cattocomunisti e lo stesso Di Pietro che si “autosospende” da ministro (ma non si dimette, no !) e che già è stato motivo di esame in un post di ieri dell’amico Jetset che condivido in toto, vorrei sottolineare l’aberrazione della dichiarazione di Bertinotti: “stiamo attenti a non deludere le aspettative dei detenuti” !!!
Ma come, dobbiamo preoccuparci delle “aspettative dei detenuti” e non dei pericoli che il provvedimento creerà ai cittadini onesti ?
L’indulto (come l’amnistia e, in parte, la grazia) è un istituto che dovrebbe essere cancellato dal nostro ordinamento.
Non si può pensare di liberare centinaia se non migliaia di condannati per crimini contro la proprietà e contro la persona, mettendo a rischio i cittadini onesti, per una scelta ideologica (ed è la interpretazione più benevola) o per mettere nel calderone della “tana libera tutti” qualche “amico” a rischio.
La certezza del diritto si basa sull’applicazione delle leggi e sullo scontare la pena nella sua interezza.
Se le carceri scoppiano, se ne costruiscano di nuove.
Si eviti di tenere in galera persone in attesa di giudizio per reati che non possono essere reiterati una volta private delle loro cariche (il riferimento a Fiorani e Ricucci che si sono fatti quasi 4 mesi di prigione a testa è voluto).
Si utilizzino i detenuti per lavori tali da costituire un rimborso sociale ai loro crimini.
Ma non li si rimettano sulla strada, buoni solo ad alimentare le cooperative degli ex detenuti che, a loro volta, richiedono gli immancabili finanziamenti allo stato, “onlus” di nome, ma che gravano sui soliti cittadini onesti: danneggiati dal crimine commesso, messi a rischio dalla libertà improvvisamente concessa per una scelta ideologica e beffati perché devono pure pagare per il “reinserimento” degli ex detenuti.
Speriamo che qualche parlamentare dei partiti che hanno, trasversalmente (!!!), deciso l’indulto, colleghi la sua coscienza e si renda conto che la sua base elettorale non vuole questo genere di provvedimenti.

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24 luglio 2006

Una pena giusta,severa,proporzionata al crimine


Sui quotidiani di sabato due notizie di cronaca nera.
Una ha avuto il dubbio onore della prima pagina: l’assassinio del finanziere Gianmario Roveraro.
Un delitto atroce, che ha fatto seguito ad un rapimento.
Efferato anche il comportamento degli assassini che, dopo aver assassinato la loro vittima, l’hanno fatta a pezzi, con le notizie Ansa che,a 24 ore di distanza, informavano sul ritrovamento della testa e delle gambe.
L’altra notizia è finita, visto il prevalente interesse della prima, nelle pagine interne.
La morte, dopo una rapina, di un imprenditore edile di Pinerolo, Giulio Buscaglione.
I killers volevano fare una rapina in villa, ma l’hanno imbavagliato e legato e così è morto.
Sicuramente preterintenzionale il secondo delitto, sicuramente doloso il primo.
Ma entrambi configurano una delle casistiche riconosciute più pertinenti al massimo della pena: la morte di una persona precedentemente privata della libertà dai suoi torturatori.
I killers rischiano l’ergastolo, ma con le attuali norme, se va bene, gli assassini di Roveraro fra meno di 20 anni saranno di nuovo liberi.
Ancor prima gli assassini di Buscaglione.
Se possiamo ritenere plausibile che gli assassini dell’imprenditore di Pinerolo abbiano causato la morte della loro vittima con un comportamento criminale ma con conseguenze che sono andate oltre le loro intenzioni, tutti gli elementi finora esplorati e comunicati, indicano che i killers del finanziere Roveraro, con l’aggravante dell’offesa arrecata al cadavere, hanno voluto giungere a tale esito.
Allora ci domandiamo: è giusto che simili bestie possano ragionevolmente sperare di riavere la libertà ?
La risposta è una graduazione di pene che però siano severe e applicate senza sconti.
Gli assassini di Giulio Buscaglione hanno dimostrato disprezzo per la persona umana, ma la morte della loro vittima è sopraggiunta oltre le intenzioni e comunque non era premeditata.
La giusta pena, purchè senza sconti, c’è ed è l’ergastolo.
Gli assassini di Gianmario Roveraro, invece, per come hanno agito, per la premeditazione, per lo scempio fatto del cadavere, non possono essere considerati parte della comunità civile.
La società civile deve metterli, definitivamente e per sempre, nelle condizioni di non poter mai più dare libero sfogo alla loro crudeltà.
La giusta pena nella storia del diritto c’è ed è la pena di morte.

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14 luglio 2006

Ma quanto "vale" un nonno ?


Sonia Caleffi, l’infermiera 36enne di Lecco che ha confessato di aver “aiutato” a morire 5 persone (ma le morti sospette sono una ventina) è stata condannata a 20 anni di galera.
Pochi, inequivocabilmente pochi.
Soprattutto per le (confuse) motivazioni che sono state addotte e che sembrano essere articolate su un tentativo di attirare attenzione ed encomi per il lavoro svolto.
La mite condanna stupisce, ma fino ad un certo punto se si considera la recente giurisprudenza della magistratura italiana che libera “guerriglieri” e arresta chi ci difende dai terroristi.
Ma se approfondiamo ci accorgiamo che, tra buona condotta e riduzioni, la Caleffi tra 7 anni (poco più o addirittura poco meno) sarà libera (almeno in semilibertà), con una valutazione della vita di ognuno degli anziani sicuramente da questa assassinati, a poco più di un anno di reclusione.
Se si considera che per reati, tutti peraltro da verificare e da dibattere in un regolare procedimento in aula, di carattere esclusivamente finanziario, Giampiero Fiorani e Stefano Ricucci si sono fatti all’incirca 4 mesi di galera a testa (e ora sono agli arresti domiciliari), possiamo evidenziare quanta sperequazione ci sia con chi è stato accertato ha commesso ben 5 omicidi.
La domanda quindi sorge spontanea: ma si rendono conto che, così facendo, la già scarsa fiducia nella giustizia subisce ulteriori, pesanti, incrinature ?
Vi par possibile che per un reato finanziario si debba privare preventivamente uno della libertà per 4 mesi (oltre ai domiciliari), mentre ad un pluriomicida si faranno scontare poco più di 12 mesi (se va bene !) di galera per ogni vittima ?

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22 giugno 2006

Anche costui adesso è libero !

Ferdinando Carretta, 44 anni, da oggi è un uomo libero.
Il 4 agosto 1989, all’età di 27 anni, massacrò i genitori e il fratello, impossessandosi dei beni di famiglia e facendo credere che la famiglia fosse fuggita perché il padre aveva trattenuto per se soldi in “nero” della malavita che questa non poteva denunciare, ma che cercava di recuperare infliggendo una punizione esemplare al reprobo.
Nacque così la leggenda dei Carretta, che venivano riconosciuti ora in Sud America, ora in Oriente, ora alle Maldive.
Finchè, nel 1998, Ferdinando Carretta fu “pescato” da una trasmissione televisiva, arrestato e portato in Italia per subire il processo.
Ma lui era “matto”, così fu dichiarato non punibile e posto in un “manicomio”, da dove adesso - dopo soli 8 anni ! - è uscito … guarito, direbbero quegli stessi “esperti” che abitualmente rivedono le loro diagnosi solo dopo che il “guarito” di turno commette un nuovo omicidio.
Ma non solo Ferdinando Carretta è praticamente libero, il massacratore dei genitori e del fratello (i cui cadaveri furono gettati in una discarica !!!) potrebbe anche impossessarsi del patrimonio di famiglia che in un primo tempo è stato assegnato alle zie per “indegnità” dell’erede (sfido: li ha uccisi lui !).
Le zie, stando a quanto riportato dai giornali, pur di chiudere la vertenza, gli avrebbero offerto la metà del patrimonio valutato in ben 700 mila euro (quasi un miliardo e quattrocentomilioni delle nostre lire).
Immaginiamo quello che provano le zie che si oppongono ad un simile soggetto nella sua pretesa di ereditare i beni delle sue vittime.
Pensiamo con quali timori possono vivere le loro giornate, spaendo che ad ogni angolo di strada possono incontrarlo … magari alterato per non avere la disponibilità del denaro.
Pensiamo ai concittadini che se lo trovano al bar,al ristorante, in coda alla posta …
Ah, già, è guarito, è diventato un agnellino, praticamente un animale da compagnia.
Che dire più di quel che dicono i fatti ?
L’omicidio, quanto più è efferato e brutale, paga se la sanzione non taglia definitivamente i legami del criminale con la società civile.
Non ci resta che attendere la sua elezione in parlamento.

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17 giugno 2006

Bestie di Satana e bestialità giudiziarie

Mentre va in onda e ottiene le prime pagine un nuovo episodio della telenovelamanette da avanspettacolo” con l’arresto di S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, operato per ordine di un magistrato potentino noto per le sue inchieste da telecamera, passa in secondo piano una indegna sentenza di mite condanna ai componenti delle cosiddette “bestie di Satana”.
Responsabili di un numero ancora imprecisato di omicidi (si è aperta una nuova inchiesta su un altro ragazzo scomparso dieci anni fa) e con metodologie brutali, queste bestie (tali per loro stessa definizione) per anni hanno continuato nelle loro indegne azioni che non solo portavano all’omicidio, ma anche all’occultamento dei cadaveri delle loro vittime.
Hanno taciuto finchè non sono stati scoperti e, dopo una condanna in primo grado tutto sommato lieve, grazie al ricorso al rito abbreviato (che dal 1999 non è più soggetto al consenso di p.m. e giudice) sono riusciti a conquistare in appello condanne ridicole, fino ad un massimo di soli 20 anni per la bestia individuata come principale responsabile del gruppo.
Soli 20 anni al capo delle bestie e appena 12 anni e 8 mesi al suo scudiero.
Questo significa che entro una decina di anni saranno entrambi liberi.
Non esiste proporzione con chi viene imputato e condannato per reati che hanno una valenza sociale e morale di gran lunga inferiori, come la corruzione, ad esempio, e questo perché manca nel nostro ordinamento la massima sanzione, quella che, con la condanna, elimina definitivamente un elemento feroce e colpevole di delitti, ripetuti e spregevoli, contro la vita umana.
Quante volte abbiamo letto di condanne alla pena di morte negli Stati Uniti per chi si è reso colpevole di stragi seriali ?
Ebbene le bestie “nostrane” sono equiparabili a tali criminali, ma il nostro ordinamento consentirà loro di uscire liberi tra una decina di anni (poco più, poco meno) con ancora una intera vita davanti.
E’ un uccidere per la seconda volta le vittime che ormai non possono difendersi e, rito abbreviato o meno, non potranno mai più camminare in un prato, guardare una partita di calcio, amare.
E’ un nuovo, grande dolore inflitto alle famiglie delle vittime.
E’ un nuovo pericolo per l’intera comunità che fra qualche anno avrà di nuovo liberi quei criminali.
E’ il risultato del delirio buonista e suicida di chi pensa prima a Caino ed è indifferente alla sorte di Abele.
E' un altro caso di pessima amministrazione della giustizia.

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27 maggio 2006

Meglio un brutto processo che un bel funerale

Piera Sari, 76 anni di Terracina, è stata assassinata da un rapinatore ieri, nella sua gioielleria, ereditata dal marito.
Solo cinque giorni fa Giuseppe e Rocco Maiocchi erano stati condannati a 18 mesi di reclusione (con la condizionale) per aver eliminato un rapinatore che li aveva depredati.
Quando ero militare e dovevamo iniziare un turno di guardia a qualche obiettivo sensibile (deposito carburanti, polveriera) ci veniva ricordato che era “meglio un brutto processo che un bel funerale”.
La signora Sari avrà sicuramente un bellissimo funerale.
Con le Autorità cittadine, fiori, forse il vescovo a celebrare il rito funebre, tutto il paese che si presenterà in chiesa e buona parte dei cittadini saranno costretti a restare fuori dal tempio.
Ma la signora Sari è irrevocabilmente morta.
Morta da cittadina giusta e onesta
.
Mentre il suo assassino è libero di rapinare e uccidere ancora.
Il processo ai gioiellieri Maiocchi è sicuramente stato un brutto processo.
Con una richiesta assurda del pubblico ministero (dieci anni !!!) fortunatamente rigettata dal buon senso della Corte che, però, non è arrivata al traguardo della assoluzione piena.
Giuseppe e Rocco Maiocchi hanno passato due anni di inferno, non per aver reagito al crimine perpetrato contro di loro, ma per mano di quello stesso stato che dovrebbe difendere gli onesti e colpire i criminali.
Anche dopo la sentenza si sono levate voci secondo le quali la pena sarebbe stata troppo lieve.
Personalmente la ritengo troppo pesante.
Perché Giuseppe e Rocco Maiocchi hanno avuto un brutto processo, ma quel criminale non rapinerà e non ucciderà più nessuno.
Si chiama legittima difesa.

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16 maggio 2006

Ne' amnistie, ne' indulti, ne' grazie


La sinistra ascende al potere, sotto ombre consistenti - che non provvedono a dissipare con l’unico sistema possibile: la verifica dei verbali e delle schede nulle – e subito inizia la kermesse sull’amnistia, indulto e, magari, la spinta per graziare criminali condannati con sentenza passata in giudicato.
Contemporaneamente, e non si sa quanto casualmente, viene gettato in pasto al pubblico l’osso saporito del presunto scandalo calcistico.
Ovvio il sospetto che si cerchi di distogliere l’attenzione da vicende ben più importanti, come, appunto, la proposta del comunista Bertinotti di amnistia.
Questo è uno di quei casi in cui ben vengano le “interferenze” del Vaticano nella vita politica dello stato laico e gli stessi che sembrano tarantolati e preda del ballo di S.Vito se il Papa o Ruini, nell’esercizio del loro Magistero, criticano aborto e pacs, non hanno vergogna a rinfacciare a chi si oppone all’amnistia le parole di Giovanni Paolo II o di un qualche cardinale della Curia romana.
Così dovremmo “dare un segnale di clemenza ai detenuti” ?
Peccato però che, come dimostrano le statistiche, ad ogni “segnale di clemenza per i detenuti”, aumentino i reati e allora ci domandiamo: perché si dovrebbero punire i cittadini onesti ?
Certo, quelli che hanno votato per la sinistra magari se lo meriterebbero anche, ma, purtroppo, la criminalità non verifica preventivamente il voto espresso dalle loro vittime, quindi rischieremmo di essere puniti anche noi.
Allora la risposta è un secco “no” all’amnistia, all’indulto, alla liberazione di criminali condannati con sentenza passata in giudicato (magari dopo ben 8 processi !!!) a tutela dei cittadini onesti, di quelli che hanno bisogno di un segnale di vicinanza dallo stato, non di menefreghismo.
Le carceri scoppiano ?
E’ sbagliato pensare di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri liberando i criminali.
Costruiamone di nuove, più moderne e più sicure.
Espelliamo dall’Italia, invece di mantenerli nelle nostre carceri, tutti gli extracomunitari che vengono condannati.
Evitiamo di tenere in carcere persone in attesa di giudizio (o semplicemente sotto inchiesta), ad eccezione di chi si è reso responsabile di reati contro la persona.
Acceleriamo i processi, facendo in modo che i magistrati stiano meno in televisione, meno ad ascoltare intercettazioni, meno a fare politica e più in aula.
La riforma delle giustizia iniziata dal Governo Berlusconi andava proprio nel senso di richiamare una maggiore responsabilità della funzione dei magistrati, inquirenti e giudicanti, nell’uso degli strumenti e del tempo a disposizione.
La riforma dell’immigrazione del Governo Berlusconi forniva quelle norme necessarie a procedere celermente alla espulsione degli illegali, riducendo la potenziale criminalità sul nostro territorio.
Un criminale, condannato con sentenza passata in giudicato, deve scontare la sua pena, dal primo all’ultimo giorno, senza sconti, senza, soprattutto, aspettative di ridurre la condanna.
Liberare un criminale con un tratto di penna servirebbe solo ad avere nuove vittime tra i cittadini onesti.
E chi votasse per amnistie e indulti, ne sarebbe il primo responsabile e le avrebbe sulla coscienza (se mai ne avesse una).
Bene fanno Lega e Alleanza Nazionale ad opporsi con fermezza a tale ipotesi, anche con l’ostruzionismo se sarà necessario.

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