Un blog per la certezza della pena, per una pena proporzionale al crimine, ivi inclusa, per gli eventi più feroci, la pena di morte, pena legittimamente comminata da uno Stato civile, a difesa dei cittadini onesti. Perchè lo Stato deve stare dalla parte di Abele.

 
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29 aprile 2012

Assedio criminale


Nell’ultima settimana i crimini tentati e commessi hanno riempito le cronache dei giornali.
In evidenza il tabaccaio che ha sventato una rapina al suo negozio abbattendo di prima mattina il delinquente.
I due gioiellieri di Roma che si sono difesi dall’ennesima rapina ed hanno abbattuto un criminale, ferito gli altri due ora catturati.
La giovane madre milanese purtroppo violentata in un parco.
E due coppie di anziani malmenati e rapinati in casa.
Di solito si chiede: cosa c’è in comune e cosa distingue questi fatti ?
Mi sembra evidente.
In comune, a coppie, è lo stesso motivo per cui, con le medesime coppie, li distingue.
I primi due episodi citati hanno visto prevalere la giustizia, gli altri hano visto prevalere il crimine.
Perché ?
Perché nei primi due casi le vittime hanno potuto reagire possedendo regolarmente un’arma da fuoco, mentre negli altri casi le vittime erano inermi nelle mani di delinquenti probabilmente loro sì in possesso di armi.
E i criminali possono tranquillamente aggiungere al vantaggio della sorpresa dell’azione delinquenziale anche il possesso (irregolare) di armi, mentre in genere noi cittadini onesti siamo non solo colti di sorpresa, ma anche in condizioni di inferiorità davanti alle armi dei banditi.
Del resto è evidente che se qualcuno di noi si fosse trovato nel parco mentre violentavano la signora milanese o nelle abitazione degli anziani aggrediti, se avessimo avuto un’arma, saremmo intervenuti, ma senza armi, in condizioni di inferiorità, nulla avremmo potuto fare per impedire o limitare le azioni criminali dei delinquenti.
Nel 2005, su spinta della Lega, fu leggermente cambiato (migliorato) l’articolo sulla legittima difesa.
Ma non basta.
E’ necessario mutuare dagli Stati Uniti la libertà per i cittadini onesti di portare armi per difesa personale.
I fatti della settimana appena trascorsa ci dicono che è l’unico sistema per poterci difendere dall’assedio della criminalità e riprenderci le nostre città.



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05 aprile 2012

Meglio un brutto processo di un bel funerale

A Fermo un gioielliere ha reagito ad una rapina sparando e abbattendo una rapinatrice.
E’ un caso che si ripete e che fa notizia, più dei tanti episodi in cui a perdere la vita è il rapinato, come è accaduto a Perugia o in cui ad essere aggrediti, malmenati, derubati, uccisi sono anziani.
La folla ha accolto con un applauso il gioielliere reattivo.
Temo che chi ha avuto la prontezza ed il coraggio di reagire avrà delle noie, come è già accaduto in passato per le vittime che hanno reagito ai loro carnefici che invece hanno potuto fruire di tutte le tutele di legge.
Come in quel recente caso in cui due rapinatori sono stati rinchiusi in una stanza e, catturati, hanno denunciato la loro vittima per sequestro di persona
Appare evidente come sia necessaria una revisione della legge sul porto d’armi e sulla legittima difesa che ampli le garanzie e la possibilità di difesa per i cittadini onesti e riduca l’arroganza dei criminali.
Quando ero militare (era nel pieno degli anni di piombio, con le brigate rosse scatenate) prima di montare di guardia (fosse in caserma, al deposito carburanti o alla polveriera) ci ricordavamo l'un l'altro che è meglio un brutto processo che un bel funerale.
Il principio è tuttora valido, anche se sarebbe il caso che, davanti alla criminalità sempre più malvagia, non fosse più necessario il brutto processo.

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27 dicembre 2011

Porto d’armi per tutti gli Italiani

Due episodi hanno, nei giorni scorsi, dimostrato i benefici quando i cittadini onesti sono armati.
A Recanati un professionista, mentre dormiva, ha sentito rumori di scasso ed è intervenuto con la sua (regolare) arma, sventando la rapina ai suoi danni, abbattendo un criminale e mettendo in fuga i complici.
Pochi giorni prima era stato il turno di un gioielliere che ha ingaggiato un conflitto a fuoco con dei banditi che lo attendevano al cancello di casa, mettendoli in fuga.
Se i due cittadini non fossero stati armati, con la capacità e la forma mentis di utilizzare allo scopo le proprie armi, i banditi avrebbero portato a termine con successo il loro criminoso piano.
Le armi, se ben usate, sono quindi un utile deterrente e una difesa contro la criminalità verso la quale i noi cittadini siamo ora in condizioni di inferiorità.
Spiace sapere che il professionista di Recanati sia stato denunciato e si indaghi su un suo presunto eccesso di legittima difesa, quando andrebbe solo elogiato, premiato e portato ad esempio.
La libertà di portare armi è tutto uno con la Libertà tout court ed ho già avuto modo di ricordare come proprio gli stati in cui la libertà individuale è maggiormente tutelata e considerata un valore, in quelli le armi sono liberamente detenibili dai cittadini perché sono considerati uomini liberi e non sudditi da controllare.
Un governo che abbia paura dei propri cittadini armati è un governo che manifesta, con ogni evidenza, timori sulla propria capacità di riscuotere consenso e si precostituisce uno strumento di coercizione su cittadini inermi.
Naturalmente non a tutti i cittadini può essere concesso il diritto al porto d’armi, essendo un diritto che si acquisisce alla nascita ma può essere revocato nei confronti di chi abbia manifestato incapacità alla convivenza civile.
Così non devono portare armi coloro che hanno commesso reati contro la persona e la proprietà altrui, mentre è opportuno un addestramento che può essere riconosciuto a chiunque abbia svolto il servizio militare o sia in possesso di un attestato rilasciato da un poligono.
Ma l’arma è uno strumento di difesa di una comunità, quindi il porto d’armi deve essere concesso solo ai cittadini di NAZIONALITA’ italiana, non essendo sufficiente il tratto di penna che dichiari uno cittadino di uno stato, ma occorrendo una unità “d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”.
Per ora le mie sono parole e non fatti.
Gli abatini del politicamente corretto, che hanno possenti megafoni per propagandare le loro tesi rinunciatarie e perdenti, inorridiscono davanti a questa semplice verità: l’uomo libero sa e deve difendere la sua libertà, incolumità, persona e proprietà, anche con le armi.
I fatti dei giorni scorsi, però, dimostrano come, non essendo possibile e, anzi, rifiutando uno stato di polizia con i carri armati agli angoli delle strade,  l’ordine pubblico possa essere garantito anche dai singoli cittadini quando sono posti nelle condizioni di reagire alla violenza dei criminali.


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20 dicembre 2011

Dei delitti, delle pene, della dignità e della redenzione

Domenica scorsa il Papa si è recato in un carcere ad ascoltare i detenuti e portare loro conforto e speranza.
Gli interventi dei detenuti sono stati a tratti commoventi e Benedetto XVI non è venuto meno al suo ruolo, parlando di dignità e redenzione come principi che devono essere rispettati e applicati anche nel sistema carcerario.
Naturalmente i commenti giornalistici sono stati posti su quei due punti: dignità e redenzione.
E’ noto, infatti, che c’è un movimento capeggiato dai soliti radicali, che vorrebbe svuotare le carceri con l’amnistia.
Il nuovo ministro della giustizia ha predisposto un piano per la scarcerazione, tramutata in arresti domiciliari, di circa tremila detenuti.
Il Papa, però, ha anche parlato di pentimento, di punizione e di tutela della società.
Espressioni che sono state ignorate.
Il problema del sovraffollamento delle carceri esiste ed è gravissimo.
Qui non si tratta di rispetto della costituzione del 1948, ma di una esigenza morale della società.
Una società che deve difendersi dalla possibilità di reiterazione dei crimini e che, nel contempo, ha interesse nel recupero del detenuto e obbligo di consentirgli una esistenza dignitosa all’interno del carcere.
La liberazione dei criminali, tra l’altro in base ad un criterio di maggiore o minore vicinanza al fine pena, non è la soluzione, come non può esserlo l’amnistia che immetterebbe nel “mercato” migliaia di persone pronte a delinquere nuovamente, senza neppure il minimo deterrente dell’arresto domiciliare o dei “braccialetti”.
La soluzione è rendere le carceri un luogo in cui si possa scontare, per intero, la pena cui uno è stato condannato, senza l’indegno sovraffollamento esistente.
Il 35% dei detenuti è extracomunitario.
Perché non far scontare, con trasferimento immediato ed inibizione al ritorno in Italia, la loro pena presso le carceri dei loro paesi di origine previa acquisizione del dna per eventuali futuri riconoscimenti qualora violassero il divieto di rientro in Italia ?
Un altro 10% abbondante è di detenuti in attesa di giudizio per reati non contro la persona o la proprietà.
Perché tenerli in gabbia ?
Per estorcere una confessione dopo averli fiaccati nello spirito, nella mente e nel corpo ?
Non sarebbe meglio tenere in galera solo chi è stato condannato con sentenza definitiva, con poche, tassative, eccezioni per gli autori di strage e i reati di terrorismo?
Sono tutte soluzioni alla portata di un sistema giudiziario e carcerario finalizzato a rispettare i principi enunciati correttamente dal Papa:
rispetto della dignità del detenuto nella sua vita in carcere;
finalità di recupero del condannato;
esecuzione della giusta pena in tutta la sua interezza;
difesa della società dai comportamenti criminali.

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04 ottobre 2011

Knox e Sollecito:assolti per non aver commesso il fatto

A Perugia ai primi di novembre 2007, fu atrocemente assassinata una giovane studentessa inglese.
Ieri la corte di assise di appello di Perugia ha assolto "per non aver commesso il fatto" Amanda Knox, studentessa americana e compagna di appartamento della vittima e Raffaele Sollecito, studente (ora laureato in ingegneria) pugliese e fidanzato dell'americana.
In primo grado i due erano stati condannati all'ergastolo e la pena dell'ergastolo era stata richiesta a conferma dalla procura.
Già la semplice esposizione dei fatti farebbe dire ad un marziano che scendesse oggi sulla Terra: ma come, prima l'ergastolo e adesso non hanno commesso il fatto e tutto sulla base degli stessi indizi ?
Ecco il punto: indizi, non prove.
Vaghe tracce, smentite da una perizia terza, di dna, ipotesi di morbose serate tra studenti, teoremi costruiti su fondamenta esili.
Pubblicando questo intervento anche nel blog dedicato principalmente alla pena di morte  è evidente che ritengo che il delitto di Perugia sarebbe meritevole, per la sua efferatezza, sadismo, inutilità, della pena di morte, ove contemplata dal nostro ordinamento.
Comminata, però, a chi risultasse veramente colpevole, secondo la formula statunitense, "al di là di ogni ragionevole dubbio".
Io mi ricordo all'inizio degli anni novanta un atroce delitto ai primi di gennaio a Bologna, in cui furono trucidati tre carabinieri.
La procura indagò alcuni cittadini immigrati dal sud considerati "mafiosi".
Si scoprì poi che gli autori della strage erano stati i banditi della "uno bianca".
Ma il processo contro i primi indiziati continuò fino alla ovvia assoluzione.
Ecco, a Perugia si è ripetuta la stessa storia, con l'aggravante che il vero colpevole non è ancora stato scoperto, a meno di credere tale il solo Rudy Ghedè condannato a sedici anni con il rito abbreviato.
Sedici anni per quel che avrebbe commesso sono troppo pochi, anche perchè sarà fuori dopo meno di dieci.
Ma il punto resta sempre quello: è veramente colpevole ?
Visto l'esito dell'appello contro Knox e Sollecito i dubbi sul modo di condurre le indagini sono forti.
E qui veniamo ad una seconda considerazione in ordine alla sentenza di Perugia.
Ma che razza di giustizia abbiamo che condanna, sulla base di labili indizi all'ergastolo ed i cui procuratori insistono, per convinzione personale non suffragata da prove, per il massimo della pena ?
E, sempre per convinzione personale, che razza di giustizia abbiamo o possiamo aspirare ad ottenere quando chi assolve non propone neppure un minimo dubbio.
Certezze assolute che confliggono in modo assoluto con l'amministrazione della giustizia e agevola le critiche dall'estero per i nostri ritardi sanzionati anche con multe (a carico della collettività, ma andrebbero poste a carico dei magistrati) e con risarcimenti, anche quelli accollati al pubblico bilancio.
Knox e Sollecito, dopo quattro anni di carcere, ora che sono stati dichiarati del tutto innocenti, senza alcun dubbio, avrebbero ben diritto ad un congruo risarcimento milionario (in euro) nei confronti di chi ha sottratto loro quattro anni di vita, per di più a venti anni !
La sfiducia che qui ho sempre manifestato verso la giustizia italiana viene così prepotentemente confermata e, questa volta, nessuno può imputare il mio atteggiamento allo schieramento politico cui appartengo.
Anzi, la stessa battaglia di Berlusconi assume contorni più netti e sicuramente più popolari perchè le sue ragioni sono comprovate da processi estranei alla politica.
Se si trattasse solo di questo processo, si potrebbe anche dire: eccezione che conferma la regola.
Ma quale giudizio si può dare quando è un continuo di incertezze, processi indiziari, teoremi arditi e, alla fine dei conti, di convinzioni personali.
La lista è lunga, a memoria: piazza Fontana, stazione di Bologna, Olgiata, Simonetta Cesaroni, fino ai recentissimi casi di Anna Maria Franzoni, Salvatore Parolisi, la ragazzina di Avetrana ....
Non sono le convinzioni personali che ci si aspetta da un magistrato, ma buon senso e applicazione della legge.
Soprattutto ci si aspetta che, nell'incertezza, si applichi il sano, vecchio principio "in dubio pro reo" perchè è nella nostra cultura giuridica e civile ritenere che sia meglio un colpevole "fuori" di un innocente "dentro".
E troppi sono quelli incarcerati prima ancora di aver subito una condanna definitiva.
Com'è che diceva Bartali ?
E' tutto da rifare.

Pubblicato in Blacknights eNon si abbia timore di punire Caino

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